La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 6 dicembre 2016

Elezioni dopo la sentenza sull’Italicum. E ricostruiamo la sinistra

di Paolo Ferrero
La Costituzione nata dalla Resistenza è stata nuovamente scelta – senza possibilità di equivoco – dal popolo italiano come la propria Costituzione, bocciando quella liberista proposta da Renzi, Verdini, Merkel e dai liberisti di tutto il mondo. Si tratta di un risultato straordinario che ha sconfitto il populismo governativo di Renzi il quale ha demagogicamente impostato tutta la campagna per il Sì sul taglio dei senatori. Il popolo italiano ha capito che Renzi stava trasformando il referendum in un plebiscito sulla sua persona e sulla sua politica ed ha deciso di dire No a Renzi e alla manomissione della Costituzione.

Tre cosette al volo

di Gianluca Graciolini 
Tre cosette al volo. Primo. Mattarella congela Renzi fino al varo della finanziaria. La vera finanziaria, cioè, quella che Renzi aveva in serbo per il giorno dopo il referendum, se l'avesse vinto lui. Sarà con ogni probabilità una finanziaria antipopolare tutta tagli e sacrifici, concepita secondo i diktat dei vincoli europei e viziata dai buchi fatti per mance, mancette e regali ai padroni. La stabilità non c'entra niente, delle dimissioni di Renzi borse e mercati se ne sono strafregati. Non c'è stato e non ci sarà alcun diluvio universale e nessuna invasione delle cavallette come era nelle previsioni idiote di Confindustria, dei terroristi finanziari e degli ambienti di governo.

Ed ora cancellare le leggi neoliberiste di Renzi. Intervista a Stefano Rodotà

Intervista a Stefano Rodotà di Silvia Truzzi
Venerdì, Stefano Rodotà si è alzato per intervenire alla festa del No organizzata dal Fatto a chiusura della campagna elettorale: è stato accolto da un interminabile applauso del pubblico che lo ha acclamato “Presidente”. Archiviato il risultato, gli abbiamo chiesto una lettura del voto, non solo per la nettissima prevalenza del No ma anche per l’alta affluenza.
Professore, il risultato è stato solo una sconfitta politica di Renzi o anche una risposta al minaccioso sottotesto, “o me o la Costituzione”?

Stanno mistificando la nostra vittoria

di Lorenza Carlassare
Le hanno viste le bandiere rosse nelle piazze, nei teatri, nei tanti luoghi degli incontri festosi dei Comitati del No? Per neutralizzare il risultato clamoroso del referendum, nei loro interminabili vaniloqui televisivi i soliti noti ne celano l'esistenza e insistono nel riferire quel successo soltanto ai partiti (affermando così che ha vinto la destra) ignorandone volutamente il grande protagonista, il popolo italiano in tutte le sue diversificazioni e le associazioni nelle quali si è riconosciuto, ha trovato espressione, ha potuto far sentire la sua voce (Libertà e Giustizia e i Comitati).

Sinistra, il lavoro inizia ora

di Luciana Castellina 
Evviva. Le vittorie, da un bel pezzo così rare, fanno bene alla salute. E poi questa sulla Costituzione non è stata una vittoria qualsiasi, come sappiamo, nonostante le contraddittorie motivazioni che hanno contribuito a far vincere il No. La cosa più bella a me è comunque sembrata la lunghissima campagna referendaria. Contrariamente a quanto è stato detto – «uno spettacolo indecente», «una rissa», ecc. – quel che è accaduto contro ogni attesa è stato un rinnovato tuffo nella politica di milioni di persone che non discutevano più assieme da decenni. Come se si fosse riscoperta, assieme alla Costituzione, anche la bellezza della partecipazione.

Si chiama lotta di classe e questa volta i poveri hanno vinto

di Giorgio Cremaschi 
Dilagano le analisi sul referendum, in particolare in rapporto alle differenti collocazioni politiche degli elettori, ma a me il dato che pare più evidente è la ripartizione sociale del voto. Più sale il reddito più crescono i Sì, più cala più vince il No. Questo è il solo dato costante in ogni parte del paese. E la vittoria schiacciante del No dimostra che per una volta la maggioranza più povera o impoverita del paese non si è fatta irretire dal potere e dagli interessi economici che il potere tutela.

La rete di salvataggio della Costituzione

di Tomaso Montanari 
Nonostante la cortina fumogena politicista, gli italiani hanno capito che si votava sulla Costituzione: cioè sulle regole, sulle garanzie di tutti. E il sentimento prevalente, e alla fine risolutivo, è stato il rigetto verso chi le voleva svuotare chiedendo una delega in bianco. Paradossalmente il merito è in buona parte del presidente del Consiglio, che è stato (suo malgrado) un ottimo didatta. Quando ha chiesto agli italiani: «volete dare più potere e meno controllo a questo governo?», egli ha reso comprensibile a tutti una questione teorica attraverso un esempio terribilmente concreto.

La rapida obsolescenza di merci politiche scadenti

di Thomas Müntzer
In un tweet di un paio d’anni fa, i Wu Ming scrivevano: “Nello scenario di crisi e austerity, emergono merci politiche sempre più scadenti, dalla rapida obsolescenza”. L’establishment italiano pensava invece di aver pescato la carta magica, quella che permetteva il bluff perfetto: Matteo Renzi. Uno in grado di esser liberista di stretta osservanza ma di dipingersi come anti-sistema, di legarsi efficacemente ai poteri forti dell’economia italiana ed europea ma di presentarsi come anti-Europa alla Salvini, di fare una riforma Costituzionale accentratrice alla Berlusconi e di presentarla come anti-casta alla maniera di Grillo.

L’anarco-capitalismo e la Grateful Dead economy

di Andrea Fumagalli 
Le posizioni libertarian sono variegate e molteplici. Vi si può trovare un po’ di tutto. Dalle posizioni che perorano l’abolizione del monopolio di emissione della moneta grazie alle nuove opportunità tecnologiche offerte dalla moneta elettronica (criptocurrency) a quelle di stampo neoluddista, che vedono nell’informatica e nella figura del cyborg il rischio di un sopravvento del macchinico sulla natura umana (modello Matrix), fino a quelle cyberpunk. Non ci soffermiamo sulle prime ma sulla controcultura cyberpunk, che anche in Italia ha svolto un ruolo importante all’interno dei movimenti antagonisti dagli anni ottanta in poi.

L'imprevisto

di Ida Dominijanni
L’imprevisto è il sale della politica: quello che all’improvviso la costringe a fare il salto da ciò che c’è a ciò che può essere, ridandole per ciò stesso vita e senso. Diciotto e passa punti di scarto fra il no e il sì alla riforma governativa della costituzione non se li aspettava nessuno, né fra chi aveva scelto il sì né fra chi aveva scelto il no. Che questa sorpresa sia la molla per un salto di immaginazione politica è l’augurio del day after che dobbiamo farci tutti, rispondendo con la fiducia nella democrazia a chi insiste tristemente a vederci un salto nel buio.

Basta con le accuse di populismo. Nel No c’è tanta ricchezza. Intervista a Chiara Saraceno

Intervista a Chiara Saraceno di Antonio Sciotto
«Mi hanno davvero irritata i commenti che fin dai primi exit poll disegnavano il voto come frutto del populismo. Il No ha dietro sicuramente tante ragioni, diverse tra loro e variegate, ma non dimentichiamo chi si è espresso sul merito della riforma costituzionale. E soprattutto, non permettiamo ai partiti populisti di intestarsi la vittoria». La sociologa Chiara Saraceno ci aiuta ad analizzare il referendum di domenica: dalla delusione dei giovani nei confronti del «rottamatore» Matteo Renzi fino alle accuse di «trumpismo» indirizzate a chi ha bocciato la proposta targata Pd.

Oltre il voto su Renzi, le prospettive del No sociale

di Roberto Ciccarelli
Sindacati di base, movimenti No Tav e No Triv, studenti e associazioni della sinistra diffusa, partiti e reti di movimento. Il referendum è stato vinto anche dal fronte del «No sociale» di sinistra e irriducibile al fronte xenofobo, sovranista e di destra del No al referendum. Il «No sociale», diverso dai Cinque Stelle, ha manifestato due volte a Roma: con 40 mila persone il 22 ottobre, all’indomani dello sciopero generale dei sindacati di base (Usb e Adl Cobas in testa); con 50 mila il 27 novembre. Ci sono stati i cortei studenteschi del 7 ottobre e 17 novembre, quello a Firenze del 5 novembre.

L’eredità scomoda di un intellettuale

di Paolo Desogus 
Fra i pochi marxisti ancora capaci di influire sul dibattito critico-letterario italiano occupa una posizione di rilievo Antonio Gramsci. Questa sua fortuna pare tuttavia non dipendere tanto dalla salute del marxismo, quanto da una crisi avvenuta al suo interno, che ha modificato il rapporto tra fenomeni estetico-letterari e fatti storico-materiali. 

Marx, moneta e capitale nel dibattito della sinistra marxista italiana e francese

Intervista a Lapo Berti di Paolo Davoli e Letizia Rustichelli
L’intervista con Lapo Berti che qui presentiamo è parte del volume collettivo «Moneta, rivoluzione e filosofia dell’avvenire. Nietzsche e la politica accelerazionista in Deleuze, Foucault, Guattari, Klossowski» pubblicato per Obsolete Capitalism Free Press lo scorso luglio 2016. La ricerca sulla moneta ha accomunato, certo in modo diverso, gli autori rizosferici francesi degli anni ‘60 e ‘70. Lo strumento «moneta» è stato da loro considerato come il dispositivo centrale utilizzato dalle economie di mercato del capitalismo avanzato per avviare à grande vitesse quella profonda trasformazione del regime produttivo fordista in una nuova forma di produzione altamente tecnologizzata, nonché dislocata, finanziarizzata e internazionalizzata.

L'eclisse della classe media e l'impossibile stabilità entro le politiche di austerità

di Roberto Romano
Probabilmente il voto di domenica è lo spaccato fedele dello stato di salute della così detta middle class. La questione è stata fotografata e rappresentata dal Censis, ma non basta denunciare che gli under 35 hanno perso in 25 anni il 26,5% del loro reddito, mentre gli over 65 hanno, invece, hanno guadagnato il 24,3%. È una rappresentazione che non fa i conti con la storia e rischia di generare un conflitto generazionale ingiusto rispetto ai giovani e alla persone più anziane. Non solo perché il problema della middle class è un problema europeo, ma perché ha dei colpevoli. 

Il referendum che nessuno fa mai

di Manlio Dinucci
La maggioranza degli italiani, sfidando i poteri forti schierati con Renzi, ha sventato il suo piano di riforma anticostituzionale. Ma perché ciò possa aprire una nuova via al paese, occorre un altro fondamentale No: quello alla «riforma» bellicista che ha scardinato l’Articolo 11, uno dei pilastri basilari della nostra Costituzione. Le scelte economiche e politiche interne, tipo quelle del governo Renzi bocciate dalla maggioranza degli italiani, sono infatti indissolubilmente legate a quelle di politica estera e militare. Le une sono funzionali alle altre.

Hanno pagato caro, ma non hanno ancora pagato tutto

di Sandro Moiso
Si erano giocati tutto, convinti di vincere. Hanno stravolto i vertici delle TV di Stato per impedire qualsiasi infiltrazione di dubbi sulla bontà della loro proposta politica ed economica. Hanno contribuito a cambiare anche i direttori di testate giornalistiche della Destra per accaparrarsene i favori. Hanno mentito, falsificato i dati economici e della Storia. Hanno portato in palma di mano camorristi e mafiosi e i progetti delle grandi opere inutili che più stavano loro a cuore. Hanno insultato, denunciato, perseguitato, minacciato, coperto di infamia chiunque manifestasse il desiderio o anche solo l’idea di opporsi al loro progetto concentrazionario.

Il sesso del capitalismo e la società della cura. Intervista a Roswitha Scholz

Intervista a Roswitha Scholz di Fabian Henning
Rimane ancora chiaro, come constatavi più di 20 anni fa, quale sia il sesso del capitalismo?
"Ho scritto il saggio "Il valore è l'uomo" nel 1992, che allora venne pubblicato anche sulla rivista "Krisis". È stato soprattutto un esercizio teorico, che ora considero tutto sommato troppo semplicistico. "Il valore è l'uomo" - questa formulazione sensazionale ora mi fa sentire quasi un po' a disagio, perché suona parecchio come se io avessi personalizzato il dominio astratto.

Il NO Sociale al referendum ha un segno di classe

Nel caso esistesse ancora qualcuno che non ha capito quanto sia stata "la classe", il blocco sociale dei lavoratori poveri (un giorno occupati, l'altro no, comunque precari e ricattabili anche quando hanno un contratto di lavoro "a tempo indeterminato") a cacciare il governo Renzi sotto una valanga di NO, ecco qui l'analisi quantitativa e territoriale condotta da IlSole24Ore. Organo di Confindustria, quindi delle imprese italiane che si erano schierate all'unanimitò per il "sì". Gente che vede con profondo timore il salire del malcontento dal profondo di quella società su cui ingrassano allegramente da decenni.

Non moriremo renziani, va bene ma non basta

di Antonio Moscato
Renzi non ha vinto, come negli ultimi giorni cominciava a sembrare possibile sia per il suo volume di fuoco, sia per la scelta delle sue munizioni. Renzi aveva usato gli argomenti più efficaci, già consolidati nel senso comune: la sua lotta doveva apparire rivolta contro “la casta” e contro “il vecchio”. Due finti bersagli dal contenuto assolutamente vago già abbondantemente usati (anche se con minore efficacia) da tutti o quasi i suoi avversari. Non dal solo Grillo, che nell’ultima fase gli era parso il nemico più insidioso: già nel PCI che marciava dritto verso la Bolognina il termine “nuovo” era usato senza economia per risparmiarsi di precisare in che cosa consisteva esattamente il programma.

La forza del NO sociale si vede dalle periferie in crisi

di Giorgio Lonardi
Mentre arrivano ancora i dati definitivi del voto referendario, è già possibile abbozzare una prima analisi sommaria in termini di aree geografiche e di percentuali. La vittoria del NO è stata schiacciante, per non dire imbarazzante, nel Sud e nelle Isole, con punte che, in alcune aree, superano il settanta per cento. Il Sì ha vinto, non a caso, a Milano, a Firenze per ovvie ragioni, in Trentino – Alto Adige e in Emilia Romagna. Anche un occhio distratto non può fare a meno di notare che il NO ha sbancato, con percentuali bulgare, laddove la crisi ha colpito più duro, laddove il lavoro manca e si è costretti a migrare, laddove il Nord dell’Africa e il Sud del Mediterraneo ormai si toccano e si abbracciano nella disperazione e nella mancanza di prospettive.

Bastonare il cane che affoga

di Commonware 
Il 18 brumaio preventivo di Matteo Renzi è fallito, seppellito da una valanga di No con biglietto di accompagnamento, lo stesso che ai primi exit poll è rimbalzato su tutti i social: #CIAONE. Il fatto che nella vicenda specifica né di tragedia né di farsa ma di avanspettacolo si debba parlare, nulla toglie alla portata del risultato. Come direbbe lui, le chiacchiere stanno a zero e il voto, per dimensioni e percentuale di votanti, è divenuto un combinato disposto da knock out. Le avevano messe in campo tutte, senza ritegno per l’intelligenza di chi chiamavano a votare e per la moderazione nell’uso di canali distributivi e media.

La prima delle riforme: applicare la Costituzione violata

di Nicola Fratoianni 
È questo il senso dell'alta affluenza al voto di domenica e del risultato netto, schiacciante a favore del No. Il No, in larghissima parte, non ha chiesto solo di lasciare inalterata la Carta, ma di applicarla pienamente, perché l'Italia è un paese fondato sul lavoro, e non sui voucher, e in cui la sovranità appartiene al popolo e non a un manipolo di tecnocrati che rispondono all'establishment economico-finanziario internazionale.

Più si 1 su 4 a rischio povertà. Il Paese che lascia Renzi

di Rosaria Amato 
Le famiglie con figli sono sempre più a rischio povertà ed esclusione sociale. Il tasso sale al 48,3% per le coppie con tre o più figli rispetto al 39,4% dell'anno scorso e raggiunge il 51,2% se si tratta di minorenni. Mentre il dato generale rimane stabile al 28,7%, ma con forti differenze territoriali: si va dal 46,4% del Mezzogiorno al 24% al Centro (in entrambi i casi si tratta di percentuali in aumento) al 17,4% (dato in lieve calo rispetto al 2014). Inoltre corrisponde a 17 milioni 469 mila persone a rischio di povertà ed esclusione sociale, ben oltre il parametro di 12 milioni 882 mila stabilito da Europa 2020.

Questo No che ci incoraggia

di Rino Malinconico
Ci sono almeno tre specifiche ragioni, che corrispondono a tre distinti piani di motivazione, nella vittoria del no al referendum del 4 dicembre. E sono motivazioni e ragioni che solo in parte si sovrappongono. C’è chi ha votato no soprattutto guardando al quesito referendario e giudicandolo confuso o sbagliato, se non addirittura pericoloso. C’è chi invece ha caricato il suo no con motivi specifici di contrasto al governo Renzi, per quello che ha fatto, o non ha fatto, in materia di lavoro, immigrazione, organizzazione dei servizi pubblici, politica estera. E c’è infine chi è andato a votare no proprio per dire no, con l’intenzione di esprimere un rifiuto più complessivo dello stato di cose presenti.

Senza indicatori, sono solo chiacchiere

di Pietro Raitano
La teoria fisica nota come “Modello Standard” pretende di descrivere tre delle quattro forze fondamentali presenti -per quel che ne sappiamo sinora- nella realtà: le interazioni cosiddette “forte”, “debole” ed elettromagnetica. Il modello descrive anche tutte le particelle elementari ad esse collegate. È una teoria strabiliante ed elegante, più che confermata in via sperimentale. Tuttavia sappiamo che è incompleta. Non spiega infatti la quarta forza, quella gravitazionale, ed è incoerente con la teoria della relatività di Einstein -che è altrettanto confermata-.

La spallata a Renzi non è che l’inizio

di Fabrizio Poggi
“Non credevo che potessero odiarmi così tanto”. Fino all'ultimo, e anche dopo, ha voluto continuare a recitare la parte della primadonna. Anche dopo il boato di No che ha lasciato a bocca spalancata, spesso in pose da diversamente raziocinanti, i suoi cortigiani di qua e di là dall'Arno, coloro che, fino alle ventidue e cinquantacinque di domenica sera, di fronte ai seggi elettorali, “disquisivano” di accozzaglie parafasciste; anche dopo le ventitre e cinquantacinque il reuccio dei tanti sindaci e boiari toscani a lui infeudati ha voluto indossare la stola del monarca deposto.

Sinistra, il nuovo messaggio dalle periferie

di Marco Valbruzzi e Domenico Fruncillo
In questa lunga campagna referendaria c’è stato qualcuno che, anche su questo giornale, si è domandato dove fossero finite le ragioni di sinistra, riguardanti essenzialmente il rapporto tra eguaglianza e democrazia, per dire no alla riforma costituzionale. Le risposte, soprattutto da parte della classe politica, si sono fatte attendere, ma sono arrivate forti e chiare quelle degli elettori, un po’ da tutte le parti in Italia. Anche in questa tornata elettorale, è tornato prepotentemente a farsi sentire il tema delle periferie sociali, di quei ceti disagiati a cui nessuno riesce o vuole parlare.

Quel NO che ha salvato la speranza

di Domenico Gallo
Il risultato straordinario del referendum del 4 dicembre segna una svolta nella storia del nostro Paese. Dopo trent’anni di attacco alle regole della democrazia costituzionale da parte dei vertici del ceto politico, a cominciare dal famigerato messaggio che Cossiga inviò alle Camere il 26 giugno del 1991, dopo innumerevoli riforme che hanno sfigurato il modello di democrazia prefigurato dai Costituenti, dopo l’avvento di leggi elettorali che hanno allontanato sempre di più i cittadini dal Palazzo, dopo il fallimento nel 2006 del tentativo del governo Berlusconi di cambiare la forma di Governo e la forma di Stato, dopo una martellante campagna mediatica sviluppata senza risparmio di mezzi, il responso del popolo italiano è stato netto e definitivo: la Costituzione non si tocca.

L’amaro day after del Pd e lo spaesamento da sconfitta

di Aldo Giannuli
Sono stato in trasmissione a La7 dove ho sentito Chicco testa dire cose che non stanno in piedi: “è vero che Renzi ha perduto, ma ha un 40% che ne fa ancora il partito di maggioranza relativa, mentre il no è solo una confusa mescolanza di cose troppo diverse”. Come se il 40% delle europee fosse restato compatto intorno a Renzi. Cominciamo da questo. E’ vero che il Pd era la più consistente forza elettorale del Si, ma non l’unica, c’erano verdiniani, alfaniani, un pezzo di Forza Italia e di elettorato M5s che, stando alle analisi del risultato, rappresentano circa un terzo del famoso 40% e non si tratta di cose troppo omogenee fra loro o vi pare che Verdini e Cuperlo, Alfano e Fassino vogliano le stesse cose?

Cronache dai confini dell’impero

di Thomas Castangia
E’ sempre molto difficile tentare, a poche ore di distanza, l’analisi di un voto che in pochi si aspettavano, sia in termini di affluenza che in termini di risultato numerico. Alla felicità, spero condivisa da tutti, per la larghissima partecipazione dei cittadini al voto, va affiancata una riflessione che eviti di scivolare nei soliti luoghi comuni di queste ore; li vediamo abbondare, sulla stampa, ad opera dei super-mega-direttori che hanno già dimostrato, nei giorni scorsi, di non saper cogliere il clima nel paese.

Citta' in Comune: Valorizzare il lavoro fatto, cambiare metodo e prospettive

di Claudio Ursella
"Un’assemblea che servirà a guardarci negli occhi e a parlarci con schiettezza, senza riserve, senza esitazioni, né, tanto meno, strumentalismi e opportunismi." Questo l'auspicio del compagno Sandro Medici, per l'assemblea promossa dalla rete "Città in Comune", di domenica 11 dicembre a Roma: lo condivido appieno, lo prendo sul serio e comincio subito. E comincio subito, "con schiettezza", dicendo che non mi piace il tono e i contenuti, o meglio l'assenza di contenuti, dell'appello che convoca l'assemblea: soprattutto non mi piace, quella vera e propria caduta di stile, per cui con la snobistica espressione "sgraziato risucchio populista", si liquida un fenomeno tanto inquietante quanto significativo, che è la risposta di massa alla crisi dell'Europa neoliberista, quella risposta che la sinistra non è riuscita a proporre.

Trump sceglie un governo di miliardari e “falchi” conservatori

di Alessandro Volpi
Donald Trump non finisce davvero mai di stupire. Dopo poche settimane passate utilizzando insoliti toni dimessi, il magnate divenuto presidente ha mostrato nuovamente il suo profilo più tipico; quello dell’assoluta incoerenza. In questo senso, Trump incarna senza dubbio un modello politico molto originale perché non manifesta alcuna difficoltà nel cambiare in maniera radicale, ed estrema, le sue posizioni e non ha remore a dire e fare le cose più politicamente scorrette.

Post-verità e apocalisse referendaria

di Lorenzo Bagnoli
La parola dell’anno è “post-verità”, come decretato dall’Oxford dictionary, che l’ha inserita tra i nuovi lessemi (unità di base del lessico dotata di un significato da cui derivano forme diverse) del 2016. Significa “relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti nel formare l’opinione pubblica del ricorso alle emozioni e alle credenze personali”. Nella pratica, trattasi di una forma di propaganda, soprattutto da social network. L’effetto combinato con la naturale (e riprovevole) tendenza del giornalismo a spettacolarizzare ogni evento, crea, in sostanza, una Brexit al minuto. L’ultimo caso di Brexit da post-verità è il referendum costituzionale.

Ombre rosse a Standing Rock

di Marco Cinque 
Domenica la Casa Bianca e lo Us Army Corps of Engineers hanno annunciato lo stop allo scavo della Dakota Access Pipeline a Standing Rock. Il capo Harold Frazier ha dato l’annuncio al grande accampamento di Oceti Sakowin che l’ha accolta con un’esplosione di gioia. A questo punto, in attesa di Trump, l’oleodotto non passerà sotto il lago Oahe e saranno cercati «percorsi alternativi». «La Standing Rock Sioux Tribe sarà per sempre grata all’amministrazione Obama per questa decisione storica», recita il primo comunicato dopo la notizia dello stop.

Il Partito della Sinistra Europea dà il benvenuto alla vittoria del NO

Con una maggioranza del 65,5%, il popolo italiano ha respinto il tentativo autoritario di riformare la Costituzione effettuato dal governo Renzi. ll No ha prevalso con il 59,1% dei voti (19.419.507 voti contro 13.432.208). La riforma Renzi era stata approvata da un parlamento eletto con una legge, dichiarata successivamente incostituzionale dalla Corte Costituzionale, che nel 2013 diede al Pd il 55% dei seggi, con solo il 28% dei voti. La riforma costituzionale è stata approvata senza alcun accordo con l’opposizione e anche contro la minoranza del suo partito.

Il perenne gioco al massacro di «separare l’umanità»

di Miguel Mellino
Tra le «geografie della crisi» che l’Europa ci sta riconsegnando da due anni ve n’è una di particolare interesse. Questa geografia della crisi è andata materializzandosi a partire dal suo addensamento in alcuni specifici «punti nodali»: identificare la sua costituzione materiale – gli snodi e i rapporti che ne disegnano un suo particolare contorno – può essere un buon primo passo per aggiornare un discorso postcoloniale sull’Europa di oggi. I contorni di questa geografia ce li danno, come sempre, alcuni nomi: Atene, Lesvos, Calais, Ventimiglia, Lampedusa, Idomeni, Parigi, Bruxelles, Molenbeek, Como, Brennero, ma anche Brexit, Siria, Turchia e Libia.

La sconfitta di Renzi è salutare per l'Europa, in chiave anti-austerity

di Bernard Guetta 
Li chiamano “burocrati”, “senza terra”, “ideologi liberisti” e “contabili”. È così che molti europei, tutti gli eurofobi e alcuni che lo sono meno, definiscono i commissari europei, componenti della Commissione che per le stesse persone sarebbe fonte di tutti i mali del continente. Ma è proprio la Commissione – o “Bruxelles”, come la chiamano spesso – ad aver preso l’iniziativa di incitare l’eurozona a investire nel rilancio delle economie europee acconsentendo all’aumento della spesa pubblica. Questo appello era rivolto a tre dei 19 paesi dell’eurozona (Germania, Paesi Bassi e Lussemburgo) il cui budget è in eccedenza o quasi in equilibrio.

Il popolo italiano ha parlato. Ora ripartiamo dalla Costituzione

di Fabio Marcelli
Mi pare che sia da condividere il messaggio formulato da Luigi De Magistris subito dopo la grande vittoria a difesa della Costituzione repubblicana, contro i tentativi di stravolgimento azzardati da Renzi & co. Nessuno può mettere il cappello sulla vittoria di un popolo che, a grande maggioranza, ha scelto di rimanere sovrano e responsabile del proprio futuro, contro le paure suscitate ad arte dai poteri forti, la campagna mediatica ossessionata e dilagante a favore del Sì, ricatti spudorati e lusinghe altrettanto spudorate.

Una risposta a chi ha votato sì e invoca l’unità contro il populismo

di Paolo Cosseddu
Quella che segue è una risposta a chi ha sostenuto il Sì e oggi chiede, dal Pd e da sinistra, di tornare a unirci per affrontare i populismi. Senza ulteriori commenti. "Domattina Matteo Renzi, che a prescindere da quel che farà è non solo ancora il leader del Pd, ma anche il principale autore dell’imprinting culturale e politico che caratterizza il suo partito, si presenta davanti ai giornalisti e dichiara: "Il Jobs Act è una legge sbagliata, da cancellare. È stato un grave errore illudere intere generazioni vessate dal precariato quando invece abbiamo ulteriormente diminuito i loro diritti e la loro speranza di usufruirne. Era sbagliata l’idea, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti, e sono pessimi.

Quella notte in Thyssen

di Ilaria Giupponi 
6 dicembre. E’ notte, a Torino. Ma nello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, si lavora. Antonio Schiavone, Giuseppe Demasi, Angelo Laurino, Roberto Scola, Rosario Rodinò, Rocco Marzo, Bruno Santino, muoiono così, lavorando. Investiti da olio bollente. Sembra una morte antica, magari immaginabile durante l’assalto di mura di cinta, invece no, è modernissima. E’ il 2007, si produce alla Thyssen-Krupp, e lo si fa per un fatturato di 40 miliardi di euro l’anno. Si lavora da 12 ore initerrottamente. L’impianto si ferma solo per problemi alla produzione, altrimenti si interviene in movimento. E sulla linea 5, uscirà nel processo,gli incidenti erano frequenti, ma gli operai venivano invitati a usare il pulsante d’allarme il meno possibile.

La rivincita degli schifati

di Carlo Clericetti
Il miglior commento al risultato del referendum potrebbe farlo un certo Alessandro Manzoni, con i primi versi del coro dell'Adelchi: "Dagli atri muscosi... un volgo disperso repente si desta". Uno degli aspetti più significativi è stato infatti quello della partecipazione - il 65,5% dei cittadini - che ha raggiunto livelli che in un referendum non si vedevano da anni e ha superato di quasi otto punti quella delle elezioni europee del 2014, quando il Pd di Renzi raggiunse l'inatteso risultato del 40,8%. Più o meno la percentuale degli attuali SI, ma con 5 milioni di votanti in meno. Se si considera che il referendum è finito a 13,4 milioni per il SI e 19,4 per il NO, quei 5 milioni fanno quasi tutta la differenza.

La corsa alle urne e l’inservibile Italicum

di Andrea Fabozzi
Votare presto, sì, ma con quale legge? Crollata la riforma costituzionale, risplende l’incoscienza con la quale Renzi ha voluto – e il parlamento approvato – una legge elettorale in funzione dell’abolizione del senato elettivo, prima però di abolirlo. E prima togliere ai senatori la responsabilità della fiducia. Renzi e con lui Napolitano, all’epoca presidente della Repubblica, non ascoltarono l’allarme dei giuristi (recuperare la collezione del manifesto), preoccupati che una legge elettorale monca potesse legare le mani al capo dello stato, che in queste condizioni non può sciogliere le camere – neanche dopo un risultato come quello del 4 dicembre.

Mezzogiorno: un No forte da chi è stato lasciato solo

di Tonino Perna 
Pochi se l’aspettavano: è dal nostro Sud, impoverito, marginale, umiliato, imbrogliato dagli annunci miracolosi, proprio da questa terra che da troppi anni soffre una possente ondata migratoria, che è arrivato un No forte, alla controriforma renziana. Mentre i ceti medio residuali, sopravvissuti alla crisi, hanno votato in massa per il Si, nel timore di perdere qualche beneficio e qualche risparmio in banca, i giovani, sottopagati, disoccupati, inoccupati, hanno detto No a Renzi. Non crediamo più alle tue chiacchiere, ci sentiamo presi in giro dalle tue notizie strabilianti sull’occupazione che cresce, il reddito che aumenta e il futuro radioso che si avvicina.

Raccogliamo la risorsa dei comitati del No

di Sandro Medici
A ore sapremo il destino della nostra repubblica e di noi tutti, cittadine e cittadini italiani. Al di là di chi prevarrà, l’impressione è che si stia aprendo un nuovo capitolo politico, con cui sarà necessario misurarsi, sperabilmente liberandoci dai minoritarismi che ci tormentano e dalla condizione residuale che ci angustia. Possiamo farcela, dobbiamo farcela. Ripartendo dal No, dalla Costituzione, da noi. E cominciamo a farlo con un’assemblea nazionale per l’11 dicembre a Roma, che accoglierà e raccoglierà i protagonisti della campagna elettorale.

L’odio di classe

di Massimo Rocca
Non credevo mi odiassero così tanto. Come la incartapecorita nobildonna di Tutti a Casa, la sera del referendum monarchia repubblica ”Perchè? perchè? vogliono così male al re?”. Questo è il punto che ha reso il discorso di addio di Matteo Renzi un sunto esemplare della sua rapidissima parabola politica. Non capire, non sapere, non vedere. Nulla al di là della propaganda, e della piaggeria dei corifei del mio mestiere. Nulla al di là delle slide e degli adoranti convegni confindustriali.

Pasticciaccio brutto sul Colle, mentre l’Ue getta la maschera

di Il Simplicissimus 
Non se lo aspettavano: né Renzi, né Mattarella, e tanto meno Napolitano che è il grande vecchio al telecomando pensavano che il no vincesse davvero e soprattutto non in proporzioni tali da richiedere imperativamente le dimissioni del premier prima dell’approvazione della finanziaria. Così si è arrivati al pasticciaccio indecoroso al quale assistiamo e nel quale si somma tutta l’ignavia e la cialtroneria di un ceto politico che è ormai soltanto una formazione di molluschi aggrappati ai palazzi parlamentari.

Amnesty: basta con la pulizia etnica in Kurdistan

di Francesco Ruggeri
Decine di migliaia di abitanti di Sur, il centro storico della città di Diyarbakir dichiarato patrimonio dell’umanità dell’Unesco, fanno parte del mezzo milione di persone costrette a lasciare le loro abitazioni durante l’ultimo anno a causa della brutale repressione esercitata dalle autorità turche. «Questo sfollamento forzato può essere considerato una punizione collettiva», accusa Amnesty International. Mentre il governo di Ankara intensifica la soppressione delle voci dell’opposizione curda, il rapporto “Sfollati ed espropriati.

Autobiografia di una generazione politica

di Luciana Castellina
Lea l’abbiamo conosciuta assieme – Rossana Rossanda e io – e così, per qualche ragione che in seguito ci fu più chiara, si instaurò fra di noi un rapporto particolare. Voglio dire: una relazione a parte rispetto a quella derivata dal fatto che avevamo tutte e tre in vario modo a che fare con lo stesso giornale. Si potrebbe dire che fra noi, come spesso capita in un luogo di lavoro, s’era aggiunta un’amicizia personale. E però non è tanto vero, perché un’amicizia presuppone una frequentazione attiva, che in realtà non c’è mai stata per via delle distanze geografiche e dei rispettivi affanni.

Quale sinistra?

di Vittorio Bonanni
Quando Rosa Luxemburg nel 1915 coniò lo slogan “socialismo o barbarie” voleva semplicemente dire che solo la creazione di una società giusta, democratica e che avesse in primo luogo come obiettivo sempre e comunque la tutela dei più deboli avrebbe evitato quello che poi in Europa inevitabilmente successe, ovvero l’avvento del nazi-fascismo. E, aggiungiamo oggi, anche quello che sta avvenendo a settant’anni circa dalla fine di quella tragedia. Insomma aveva la vista lunga la grande leader degli spartachisti.