La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

C’è una logica nella follia delle misure targate Renzi-Padoan?

di Rita Castellani, per lo speciale di facciamosinistra!  
Dopo l’ultimo documento di programmazione finanziaria (ottobre 2016), è sempre più difficile prendere seriamente quello che fa, dice e disdice il Governo italiano. Da tre anni si susseguono una serie di misure disarticolate tra loro e di cortissimo respiro, dai “bonus” agli incentivi-droga del mercato del lavoro; affiancate da altre macroscopiche incoerenze, come quella di aver sostenuto a gran voce per anni che il problema del paese erano i pensionati-sanguisuga che toglievano il futuro ai giovani, salvo poi ricononoscerli come “bisognosi” e destinare risorse alle pensioni. Intanto, i giovani continuano a trovare soprattutto voucher sulla strada per arrivare a disporre di un reddito di sussistenza; mentre, con la scusa di chiudere Equitalia, si prevede in realtà un esteso condono fiscale, senza distinguere tra figli e figliastri.
Ma, viene da chiedersi, c’è della logica in questa follia?
Proviamo a verificare attraverso l’esame di un documento più mirato, prodotto solo un mese prima dal Governo: “Invest in Italy”, pensato per attirare investimenti esteri in Italia. Presentato dall’ineffabile sottosegretario Scalfarotto, il documento è sotto la responsabilità di Italian Trade Agency (che è poi la vecchia, ben nota ICE) ed è stato redatto con la collaborazione di PWC (ovvero Price Waterhouse Coopers, consolidata società di consulenza aziendale internazionale). Su questo, in realtà, ci sarebbero pochi dubbi anche in assenza di firma: basta andare nel sito di PWC per rendersi conto che il documento è allestito con gli stessi colori e lo stesso stile, in qualche caso con le stesse foto. Marketing, insomma, e non istituzionale: l’oggetto della promozione non è tanto il “made in Italy”, ma l’“Azienda Italia” (Craxi, Fiera di Milano 1986), con una forte insistenza sul costo dei fattori e sulle infrastrutture. 
Naturalmente - ma siamo ormai abituati con questo Governo - troviamo qua e là ingenue forzature dei dati che faranno sorridere gli eventuali interessati, come, per esempio, la nuda rivendicazione di essere passati dal 20° posto del 2014 al 12° posto del 2015 nella graduatoria del FDI (Foreign Direct Investment) Index. In realtà, i flussi finanziari in entrata sono diminuiti complessivamente del 24%, anche se con andamento altalenante nel corso dell’anno. E volendo dare uno sguardo all’andamento tra IV trim. 2015 e I trim. 2016 troviamo una ulteriore diminuzione del 31%. Dentro questo flussi, tuttavia, c’è anche molta finanza pura, e il loro andamento è condizionato anche da contingenze internazionali di breve periodo, come si può riscontrare dai flussi scorporati per tipologia di destinazione. Anche dal punto di vista del marketing, meglio non citarli affatto, dunque.
Il documento ha avuto una breve celebrità, soprattutto social, per la polemica relativa all’enfasi sul basso costo delle risorse umane qualificate: è sembrata una svendita dei nostri giovani, che arrancano alla ricerca di una possibilità di vita dignitosa. E non c’è niente da dire: sembra una svendita, e lo è. In realtà, non c’è molto altro ormai da vendere, come dimostra l’andamento della produttività, sia pro capite che per ora lavorata, evidenziato da Francesco Seghezzi: se l’occupazione aumenta più del PIL, vuol dire che il prodotto è a basso contenuto di capitale, l’innovazione e la tecnologia sono sporadiche eccezioni e il tasso di variazione della produttività arriva ad essere negativo. Non meraviglia, dunque, che “Invest in Italy” sia costruito per indirizzare flussi finanziari verso quello che già c’è, e soffre di sottodotazione di capitale (e qui sarebbe da aprire un diverso capitolo sulla destinazione dei profitti degli imprenditori nostrani, nonché sul sistema bancario), piuttosto che verso investimenti greenfield. Competitività internazionale garantita dalla svalutazione del lavoro (anche qualificato) e da investimenti esteri. 
E torna la domanda da cui siamo partiti: c’è della logica in questa follia? La risposta è positiva, ed è la logica del vecchio, usurato, ormai messo ampiamente in discussione modello export led (ad esempio, qui). Ma non quello adottato nei vent’anni pre-crisi dai paesi di antica industrializzazione, dove un limitato contenimento salariale è stato affiancato da corposi investimenti in nuove tecnologie, in nuovi prodotti (si pensi al motore ibrido, per non parlare del settore ITC) e infrastrutture, significativamente supportati dallo Stato, come ha definitivamente Mariana Mazzuccato: tutto ciò ha consentito di aumentare il valore aggiunto dei prodotti per l’export, mentre forniva sostegno al mercato interno. Risultato ad oggi: significativi aumenti della produttività, variazioni del PIL e dell’occupazione consolidate su valori positivi, una modesta ripresa della dinamica salariale. 
Il modello dietro alla “follia” renziana è quello, protostorico, da paesi in via di sviluppo, dotati di risorse umane in eccesso, come l’India; oppure talmente piccoli, come l’Irlanda, da poter sfruttare la loro dipendenza dall’economia internazionale, dato che investimenti esteri relativamente contenuti determinano aumenti di produttività e di PIL significativi per il paese, se pur soggetti a drammatiche oscillazioni.
E’ il modello, adottato in parte anche in Italia, a cavallo degli anni ’50-’60: lavoro a basso costo, soprattutto al Sud, dove il mercato interno fu desertificato per attrarre investimenti dall’estero e dal Nord del paese. Com’è andata, lo sappiamo: redditi talmente bassi da indurre un dissanguamento di risorse umane attraverso l’emigrazione e industrializzazione mai veramente partita, se non dopo massicci interventi pubblici. 
E’ quello che sta già succedendo ora, all’intero Paese: l’emigrazione è già tornata ai livelli degli anni ’50; e l’abbandono del mercato interno (si spiegano così le risorse pubbliche disperse in bonus e condoni fiscali, che non sostengono davvero redditi e consumi) produce uno sgretolamento del tessuto produttivo diffuso, contro il quale nulla può l’abbattimento del costo del lavoro. Come dimostrano gli ultimi dati sul licenziamenti e nuova occupazione.
Il motivo per opporsi a tutto questo è molto chiaro: un modello che assume l’impoverimento delle classi sociali medio-basse come strumento per una ipotetica crescita futura è semplicemente una scommessa ad altissimo rischio, fatta con i soldi degli altri. E, in ogni caso, nel lungo periodo non vogliamo ritrovarci tutti morti.

Rita Castellani, appena pensionata, ha insegnato economia del welfare all’Università di Perugia, ma le esperienze a cui tiene di più sono quelle fatte in Europa, collaborando alla definizione di progetti a cui partecipavano Università e istituti di ricerca dei diversi paesi europei. Ha in tasca una proposta di introduzione del reddito minimo e di riforma modernizzante del welfare italiano, altrimenti iniquo e familistico. Di formazione keynesiana, non ha mai abiurato, ma ritiene che in economia, come in tutte le scienze del resto, non ci siano dogmi e che i modelli valgano in proporzione alla loro capacità di spiegare la realtà. È tra le fondatrici di Possibile. Cura il blog di economia newnomics.it. 

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