La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Con il passo dell’uomo: la sinistra che viene tra riformismo radicale e rivoluzione culturale

di Paolo Bartolini, per lo speciale di facciamosinistra! 
“Facciamo Sinistra”, mi piace. La sinistra come divenire, come processo, non come identità monolitica, punto di partenza indiscutibile, dunque nemmeno migliorabile. Credo che l’urgenza di una sinistra all’altezza dei tempi, capace di smarcarsi tanto dalle derive settarie dei minuscoli gruppi falcemartellati quanto dalla trappola neoliberale in cui sono cadute col tonfo tutte le (finte)sinistre di governo, richieda una premessa di buon senso e di intelligenza critica. Mi hanno insegnato che solo accettando una situazione è poi possibile interrogarci su come trasformarla mettendo in opera un trascendimento effettivo delle sue condizioni.
Ebbene, fare i conti con la realtà non è mai stato semplice per molti attivisti e militanti, come dimostrano tristemente gli ultimi trent’anni di vita politica italiana e non solo.
Davanti agli occhi abbiamo il dominio incontrastato delle logiche quantitative dell’accumulazione economica e, con esse, lo sviluppo simmetrico di un apparato tecnico che mira esclusivamente al potenziamento di se stesso. Il capitalismo, lungi dall’essere in crisi, continua puntualmente a produrre crisi sociali, economiche e ambientali i cui effetti ricadono principalmente sui più deboli, quei “molti” che non raggiungeranno mai le leve del comando. Ma è a quelle leve che dovremmo puntare? E’ alla stanza dei bottoni che dobbiamo volgere tutte le nostre energie? Il mito della “presa del potere” è andato di pari passo, nella storia della sinistra rivoluzionaria, con un brutale oscuramento dei fattori culturali e spirituali (ricondotti, in modo meccanico e riduzionistico, a fattori meramente “sovrastrutturali”). Superare il capitalismo mediante rottura economico-politica è stata e resta un’illusione priva di futuro. Altrettanto sterile, mi è sempre parsa, la vocazione a un cambiamento “antropologico” che non tenga minimamente conto della politica, dei concreti rapporti di forza e delle dinamiche socioeconomiche che attraversano la vita quotidiana. Ecco allora gli opposti, a mio avviso altrettanto poveri, dell’antagonismo duro e puro (movimentista o di partito) e delle nicchie sociali dedite solo al volontariato e alle pur indispensabili buone pratiche nei territori. Anni fa, dopo una conversazione privata con il filosofo e psicoanalista Romano Màdera, trovai uno slogan capace di riassumere la via che intravedevo (e che tuttora mi sembra l’unica percorribile) per una critica radicale del capitalismo spettacolare integrato: Riformismo radicale, Rivoluzione culturale. La rinascita di un’utopia concreta, che non degeneri come sempre nella delusione o in modelli di convivenza totalitari, mi pare che oggi dipenda dalla nostra capacità di coniugare una profonda svolta di tipo filosofico-spirituale (visibile in nuovi stili di vita sostenibili e in un recupero della vita interiore svuotata dall’egemonia dei mercati e del consumo) con azioni politiche realistiche, commisurate agli effettivi margini di manovra concessi dall’odierna fase neoliberista del sistema. Dunque, come dicevo, da un lato rivoluzione culturale e superamento – come suggerito dal filosofo Roberto Finelli – di un’idea di libertà ingannevole tesa tra gli estremi del liberismo e del comunitarismo forzato, e dall’altro riformismo radicale in politica per frenare, ovunque possibile, l’espansione incallita della logica del profitto e dell’estrazione di valore. Il NO all’imminente referendum costituzionale è un piccolo ma significativo esempio di politica realistica, come lo è anche qualsiasi iniziativa che si sviluppi per rafforzare e far crescere le reti dell’altreconomia sul tutto il territorio nazionale. Altrettanto importanti sono le iniziative di resistenza non violenta ai progetti scriteriati del consumo di territorio, delle grandi opere inutili, dell’esecuzione capitale dei diritti del lavoro.
Credo, in definitiva, che di battaglie sensate abbia bisogno la sinistra e, voglio dirlo con franchezza, di una nuova cultura dello studio e della comprensione della complessità in cui siamo immersi. Per chi riesce a vedere l’andamento globale della storia, registrando il passaggio delicato a un mondo multipolare con nuovi attori internazionali che contendono agli Stati Uniti un primato traballante, è più facile porsi con giudizio rispetto alle “vicende di casa nostra”, abolendo la fretta e la presuntuosità di chi crede che le masse si mobilitino a comando, e soprattutto con vecchie parole d’ordine oggi prive di richiamo. Tutto questo per ribadire che le sfide del nostro tempo sono mutate profondamente rispetto ai quadri teorici dell’Ottocento e del Novecento.
I passi che auspico per un rinascita della sinistra, che non sia anacronistica “rifondazione” di gruppuscoli autoreferenziali incapaci di dialogare con le nuove generazioni, sono per me i seguenti:
- non organizzare, per almeno cinque anni, alcun partito/movimento che ambisca ad entrare in Parlamento: il ceto dirigente della sinistra attuale è talmente squalificato da meritare un ricambio generazionale che non può svolgersi in fretta e furia dentro le sezioni (quasi deserte) dei partiti; i futuri attivisti dovranno crescere a contatto con i lavoratori, con le persone in difficoltà, con gli insegnanti, i volontari delle associazioni, le famiglie ecc. guadagnando fiducia nel tempo e mettendo radici là dove l’aspetto umano della politica è decisivo. Solo allora si potrà riparlare anche di “andare in Parlamento dove si fanno le leggi”;
- dedicare energie e impegno pratico-intellettuale allo sviluppo di progetti attinenti alle economie alternative e solidali; solo approfondendo le alternative credibili al capitalismo è possibile sognare “un altro mondo possibile” (su questo mi sento di consigliare la lettura di un libro imprescindibile del filosofo Roberto Mancini);
- ritrovare la via di un pacifismo concreto e senza sconti, rivendicando il rispetto dello spirito e della lettera dell’Art. 11 della Costituzione; 
- coltivare, ove possibile, un confronto produttivo e non pregiudiziale con i simpatizzanti e gli attivisti del Movimento 5 Stelle; sebbene il MoVimento sia portatore di alcune istanze che considero regressive e inefficaci, e nonostante una serie di difetti di base che minano la credibilità del progetto pentastellato, ritengo che un riformismo radicale in politica non possa, in questi anni, prescindere da un semplice dato di fatto: il Movimento 5 Stelle è stato capace di assumere un ruolo credibile di opposizione allo scempio del centro-destra e del centro-sinistra. Ciò significa che tra la nuova sinistra e i cinquestelle dovrebbe maturare un rapporto di cooperazione effettiva su alcuni temi e di competizione qualitativa su altri (tale rapporto, è evidente, non può dipendere solo da “noi” e richiede ai cinquestelle il coraggio di uscire dalla camicia di forza dei ben noti divieti provenienti dal vertice);
- riconoscere la priorità di un pensiero critico che si rivolga anche verso di sé per non ripetere gli errori del passato. Alcuni decenni fa Gilles Deleuze, uno dei filosofi più importanti del secolo scorso, ebbe a dire – in merito all’esaurimento dell’antitesi Destra/Sinistra – che la sinistra si distingue dalla destra perché “ha bisogno che le persone pensino”. Ora più che mai questa mi sembra una delle poche coordinate identitarie veramente necessarie e indiscutibili per chi ha scelto, non senza sacrifici, di “fare sinistra” negli anni 2.1.
Spero che queste poche righe non assomiglino a una collezione fuori tempo massimo di ricette per rilanciare la sinistra, ma offrano piuttosto degli spunti per ripensare un modo di stare al mondo che, essendo inevitabilmente “di parte”, non escluda l’apertura a un Intero che tutti ci comprende. Anche e soprattutto la politica, infatti, deve imparare il duro mestiere dell’autotrascendimento e della consapevolezza dei tempi lunghi del progresso umano.

Paolo Bartolini è Analista biografico ad orientamento filosofico, counselor formatore, collabora con il magazine online Megachip. Il suo prossimo libro in uscita si intitola "La vocazione terapeutica della filosofia. Cura del senso e critica radicale" (Mimesis, 2016).

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