La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Contro il de profundis per la Scuola della Costituzione

di Marina Boscaino, per lo speciale di facciamosinistra! 
Negli ultimi due decenni, la scuola italiana è cambiata profondamente. In peggio. è infatti diventata altro da sé, tradendo alle radici la funzione emancipante, laica, democratica, pluralista, inclusiva e pubblica che le aveva assegnato la Costituzione del 1948, in un progetto che sarebbe stato nei primi decenni successivi un laboratorio di cittadinanza consapevole e attiva.  1962, legge 1859: istituzione della scuola media unica, nel preciso rispetto del dettato del secondo comma dell’art. 34: “L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”.
Tutti – obbligatoriamente – a scuola fino alla terza media e imprescindibile collaborazione della scuola allo sviluppo socio-culturale del Paese: cittadinanza e cultura per i futuri cittadini; possibilità per le donne di accedere al lavoro; respiro pedagogico di estremo spessore, che ha segnalato alcune esperienze italiane come le più avanzate in questo campo. 
1968, legge 444: istituzione della scuola materna statale, parte del sistema scolastico, a cui viene riconosciuto un ruolo essenziale nel processo di crescita, culturale e politico del futuro cittadino. 
1971, legge 820: il tempo pieno.
1973: legge delega 477, con i successivi decreti delegati, il governo democratico della scuola.
E poi, rispettivamente nel 1979, 1985 e nel 1991, i programmi di scuola media, elementare e materna (allora si chiamavano così), che determinavano – in un processo di elaborazione dai tempi distesi – una nuova, modernissima, prospettiva pedagogica. 
E ancora dalla legge 118/71 fino alla legge 104/1992 un lungo e articolato percorso di attuazione del suggestivo incipit dell’art. 34 della Carta – “La scuola è aperta a tutti” –, segnalando il nostro Paese come l’avanguardia più progredita nel percorso inclusivo della diversabilità. 
Insomma: un ampio processo per la realizzazione di un sistema scolastico fondato sulla cittadinanza critica e attiva, innervato da ricerche, pratiche e percorsi pedagogici di grande rilevanza e di notevole impatto sulla vita degli individui, che rappresentava l’esistenza nella comunità educante di un progetto di società che accordasse ad ognuno, indipendentemente dalla nascita, il diritto all’emancipazione attraverso l’istruzione. Una società d’impegno, partecipazione, progresso. In cui democrazia, cultura e diritti di cittadinanza collaboravano e si integravano.
Nel 1993, con l’input del trattato di Maastricht e delle politiche economiche di quell’Europa destinata di lì in poi a strangolare il welfare e la democrazia, ecco però il d.lgs. 29, che regola la privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti pubblici con il conseguente processo di aziendalizzazione degli uffici pubblici e quindi anche della scuola statale. L’intenzione affermata era realizzare l’unità di tutti i lavoratori; non si consideravano, però, le diversità di struttura e di scopo tra l’azienda privata regolata dalla logica del profitto dell’imprenditore e l’ufficio pubblico, il cui fine è perseguire l’interesse generale, che quasi mai coincide con quello dell’amministratore. 
Comincia allora ad affermarsi una prospettiva i cui esiti sono purtroppo apprezzabili ancora oggi. 
Seguì l’“autonomia scolastica”, introdotta per delega della legge 59/1997, che ha indubbiamente ampliato le competenze delle istituzioni scolastiche, subordinandole però alla logica di una scuola-azienda erogatrice di un servizio pubblico, al pari del servizio sanitario, dei trasporti e così via, In seguito, la riforma del Titolo V del 2001 delinea anche per la scuola statale una forma di regionalizzazione, peraltro molto ibrida e contraddittoria e di difficile applicazione. Tale provvedimento, peraltro, ha riguardato soprattutto l’ordinamento più debole del sistema scolastico nazionale, l’istruzione professionale, caratterizzata oggi da 21 sotto-sistemi diversi, tante quante sono le Regioni, con rare punte di eccellenza ed una invece omogenea e drammatica situazione di disagio, dal momento che quel segmento accoglie la popolazione scolastica più svantaggiata.
Nel frattempo era entrata in vigore la legge di parità (62/00), che ha sovvertito il dettato costituzionale, considerati gli oneri per lo Stato destinati a sovvenzionare le scuole paritarie con la fiscalità generale, compreso i tempi dell’”epocale riforma” Gelmini, che nel 2008, con la legge 133, tagliò più di 8 miliardi alla scuola pubblica. Il sistema integrato, in ogni caso, è incompatibile con l’obbligo della Repubblica di istituire scuole di ogni ordine e grado per tutti. L’integrazione presuppone inoltre una omogeneità dell’attività di insegnamento che cozza con il principio che esso nella scuola pubblica deve essere pluralistico, mentre quello privato può legittimamente essere indirizzato e indirizzante. 
Il d.lgs. 165/01, ha poi istituito il dirigente-manager, subordinato all’Amministrazione in una scuola tendenzialmente aziendalizzata; il passaggio dal preside al dirigente scolastico ha alienato a questa figura la sua natura essenzialmente didattica per trasformarla in una figura ambigua, tendenzialmente gerarchica ed amministrativa.
Insomma, stiamo ripercorrendo la storia dell’affermazione di un modello di scuola riorganizzato in base a urgenze economiche e impostato con una logica aziendale, che presuppone anche la concorrenza tra le unità scolastica e la visione dello studente come cliente e non più come cittadino. La scelta di disinvestire sulla scuola della , per di più, è stata trasversale: ha accomunato i governi di centro-sinistra, le “3i” di Moratti e la “riforma epocale” di Gelmini, che partì, per riformare la scuola, dal capo della legge 133 indicativamente intitolato “Contenimento di spesa nel pubblico impiego”. In questo processo, trovano spazio etichette linguistiche trendy, in nome delle quali si compiono operazioni gestionali pericolose: semplificazione, valutazione, merito, privatizzazione, modernità, premialità, selezione, cambiamento.
La legge 107/15, la Pessima Scuola, non è quindi altro che il punto più detestabile di un processo che è iniziato molto tempo fa, al quale non abbiamo avuto abbastanza forza o abbastanza voglia di opporci, delusi dalla promessa mancata di un “Vietnam in ogni scuola” – ma ci saremmo accontentati anche di molto meno! - con l’inizio dello scorso anno scolastico, che ha fatto invece registrare cadute di tensione (e di attenzione) sul tema caldo del 2015, la scuola. Ed ecco collegi dei docenti proni ed acquiescenti, sfiduciati o disorientati. Oppure l’organico del potenziamento, molto spesso destinato ad attività di tappabuchi nelle classi. Il bonus appare a molti un fatto ormai acquisito, nonostante comprometta il principio della libertà dell’insegnamento, garanzia per la collettività che la scuola pubblica possa rimanere realmente lo spazio del pluralismo, unica prospettiva culturale nella quale possano germogliare cittadinanza e partecipazione. Disattenzione di massa per un contratto ormai scaduto da 7 anni, con gravissimo pregiudizio del potere di acquisto dei nostri salari. Acquiescenza diffusa al progetto di una formazione dei docenti obbligatoriamente finalizzata ad alcuni ambiti (comprese le mai dimenticate sedicenti “nuove tecnologie”, sempre più paradigmatiche dell’introduzione del Pensiero Pedagogico Unico) decisi dal Miur per un monte ore obbligatorio. 
Al centro il dirigente scolastico, incarnazione del principio gerarchico, dotato di potere discrezionale per quanto riguarda indirizzo, valutazione, persino reclutamento, con la chiamata diretta. Con studenti obbligatoriamente sequestrati dalle aule per essere trasferiti in contenitori di falso lavoro. A decidere tutto sono lo staff dirigenziale, l’animatore digitale, i coordinatori dell’alternanza scuola-lavoro.
Il contesto istituzionale generale del Paese è del tutto congruente con questa situazione di compressione della democrazia e della collegialità. Il potere esecutivo ha imposto a quello legislativo di riformare 47 articoli su 139 della Costituzione Italiana, condizionando un parlamento delegittimato dalla sentenza 1/2014 della Corte Costituzione, lo stesso cha ha approvato la legge sulla Pessima Scuola con un forzoso voto di fiducia in Senato, nonostante lo sciopero più numeroso della storia della scuola e una mobilitazione durata mesi. La logica “culturale” è sempre la medesima: la subordinazione della politica all’economia, la cessione di sovranità.
Già nel 2013, del resto, JP Morgan dettava la linea: “Quando la crisi è iniziata era diffusa l’idea che questi limiti intrinseci avessero natura prettamente economica (…) Ma col tempo è divenuto chiaro che esistono anche limiti di natura politica. I sistemi politici dei paesi del sud, e in particolare le loro costituzioni, adottate in seguito alla caduta del fascismo, presentano una serie di caratteristiche che appaiono inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea”. “I sistemi politici e costituzionali del sud presentano le seguenti caratteristiche: esecutivi deboli nei confronti dei parlamenti; governi centrali deboli nei confronti delle regioni; tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori; tecniche di costruzione del consenso fondate sul clientelismo; e la licenza di protestare se sono proposte modifiche sgradite dello status quo. La crisi ha illustrato a quali conseguenze portino queste caratteristiche. I paesi della periferia hanno ottenuto successi solo parziali nel seguire percorsi di riforme economiche e fiscali, e abbiamo visto esecutivi limitati nella loro azione dalle costituzioni (Portogallo), dalle autorità locali (Spagna), e dalla crescita di partiti populisti (Italia e Grecia)”. Detto fatto. 
Insomma, c’è un evidente intreccio tra una scuola costretta dalla logica neoliberista ad abdicare ai suoi compiti costituzionali e inquinata dall’autoritarismo e l’organizzazione istituzionale prefigurata dal combinato disposto tra legge elettorale e riforma costituzionale, sulla quale saremo chiamati a votare il 4 dicembre. Non esprimere con forza il nostro NO potrebbe configurare un sistema legislativo che sposti ancor più il proprio baricentro da espressione della sovranità popolare a volontà coercitiva dell’Esecutivo, dando potenzialmente vita ad incursioni di ulteriore svilimento della prima parte della Carta, solo in apparenza non toccata dalla de-forma costituzionale. 
Alla scuola italiana questo trattamento è già stato violentemente imposto. 
Proviamo a salvare la democrazia nelle sue espressioni più pure e il suo esercizio, attraverso la partecipazione e la solidarietà. Per questo abbiamo lanciato una campagna unitaria per la difesa della Costituzione e della democrazia nella scuola. CI RIGUARDA.

Marina Boscaino è un'insegnante. È la coordinatrice nazionale del movimento che ha promosso la Legge di Iniziativa Popolare per una Buona Scuola per la Repubblica ed è stata tra le principali animatrici delle iniziative contro i tagli della Gelmini e contro  la Buona Scuola di Renzi. Scrive regolarmente su Il Fatto Quotidiano e su MicroMega che ospitano un suo blog personale.

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3 commenti:

  1. Un poccolo suggerimento: si chiamano URL o indirizzi, non link. Il link è il collegamento attivo alla pagina.

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  2. Tutto ok..solo dobbiamo chiederci perché e come non si riesca a costruire un vero movimento che faccia argine e inverta la tendenza...solo ripetizioni di analisi giuste che perónon sono sufficientj a cambiare le cose....Che Fare? E' sempre questo l' interrogativo che dobbiamo porci..piùdifficile di tutte le analisi

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  3. Le FORZE SOCIALI CONSERVATRICI si adoperano in tutti i modi , per impedire che le FORZE DI AUTENTICA OPPOSIZIONE costituiscano un FORTE PARTITO. Nella seconda metà del NOVECENTO, accanto ai grossi partiti politici delle forze sociali conservatrici, esistevano due forti partiti di OPPOSIZIONE : il PCI e il PSI. Oggi non esiste più un partito politico, che assuma la difesa delle classi sociali deboli : TUTTI i partiti politici difendono gli interessi della CLASSE PADRONALE.

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