La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Facciamo Sinistra. Mi interessa, ma a certe condizioni

di Lea Melandri, per lo speciale di facciamosinistra! 
La crisi della politica, delle sue istituzioni e, più in generale del modello di rappresentanza che l'ha separata sempre di più dalla vita e dalla partecipazione attiva di tutte e di tutti, è stata al centro dei movimenti nati negli anni '70, in particolare del movimento non autoritario nella scuola e del femminismo. Non aver raccolto e dato seguito a quella che allora chiamammo una politica radicale -capace di andare alle radici dell'umano, di sottrarre alla naturalizzazione tutto ciò che è stato considerato non politico (il femminile, il corpo, la sessualità, la maternità, i sogni, le relazioni famigliari, la divisione sessuale del lavoro, ecc.)-, ha favorito, a seguito del progressivo venire meno dei confini tra privato e pubblico, la crescita dell'antipolitica e di forme deteriori di populismo.
Sono queste oggi, purtroppo, le tendenze che godono di ampio, anche se non sempre manifesto, consenso.
Non si può dire che siano mancati in Italia, già a partire dal 1977, movimenti nati dal basso con contenuti e pratiche innovative, animati da una forte dissidenza rispetto all'ordine economico e politico esistente: dal popolo viola a Genova 2001, Dal Molin, No Tav, associazioni ambientaliste e per i beni comuni, ecc. Ma sempre hanno avuto durata breve, osteggiati dai partiti, indeboliti dalla loro stessa frammentarietà e, soprattutto, incapaci di mettere in discussione la falsa neutralità di cui si sono fatte scudo finora tutte le culture maschili, di destra e di sinistra.
Ogni volta, con un misto di speranza e di diffidenza, le mie attese hanno oscillato tra il desiderio di vedere nominato, tra altri, il movimento delle donne -l'unico peraltro sopravvissuto agli anni '70-, e il piacere che non lo fosse.
Contraddizione comprensibile, dal momento che se è importante riconoscere che è stato il femminismo a portare alla coscienza il rapporto tra i sessi, nel suo ambiguo annodamento di amore e violenza, dall'altro dovrebbe essere anche chiaro che le sue intuizioni e le sue pratiche -il partire da sè, l'autocoscienza, l'attenzione ai sedimenti inconsci del sessismo, del razzismo, di ogni forma di potere- attraversano tutti i movimenti.
La virilità e la femminilità sono tutt'ora le strutture più arcaiche e perciò più durature sia della vita personale che delle relazioni sociali, prodotte da una comunità storica di soli uomini, ma fatte proprie, forzatamente, dalle donne stesse. Il silenzio, l'indifferenza, per non dire l'ostilità che il femminismo ha incontrato nel suo percorso ormai quarantennale, anche da parte di una sinistra che si voleva radicale, hanno prodotto, come era prevedibile, ripiegamenti, chiusure reciproche.
Da quando uscì il mio libro L’infamia originaria, nel 1977, non ho mai smesso di dialogare, sia pure conflittualmente e senza appartenenze, con le sinistre (partito o movimenti). Ho incontrato un muro, anche se non sempre di indifferenza. La cultura politica nata dal femminismo è stata ostacolata o cancellata proprio da chi più aveva più interesse a farla propria per un impegno che non volesse mutilarsi di alcune delle ragioni essenziali dell’agire politico: la vita personale, la relazione tra i sessi, le problematiche del corpo e delle passioni che lo hanno come parte in causa. Oggi, questa materia considerata solo un ingombro della politica, è quella di cui si alimenta l’antipolitica.
Si poteva evitare? Forse sì, se qualcuno dei tanti movimenti che hanno riempito le piazze in questi ultimi decenni, avessero fatto attenzione alla portata rivoluzionaria dello slogan “il personale è politico”, che è stata l’intuizione più radicale del movimento delle donne degli anni Settanta.
La condizione per uscire dal senso di estraneità che per me è venuta crescendo in questi ultimi tempi, e tornare a immaginare che sia possibile “fare sinistra” insieme, uomini e donne, è che siano proprio quei principi su cui è mossa finora la sinistra, riformista o radicale, partitica o non partitica, a essere interrogati dal punto di vista dell'appartenenza di sesso e di un'idea di rivoluzione che è rimasta finora mutilata dell'unico cambiamento che potrebbe terremotare separazioni note -tra corpo e pensiero, sessualità e politica, natura e cultura, individuo e società-, e aprire la strada alla scoperta dei nessi che ci sono sempre stati tra un polo e l'altro.

Lea Melandri, all'anagrafe Maddalena Melandri (Fusignano, 4 marzo 1941), è una saggista, scrittrice e giornalista italiana. Dagli anni settanta è stata un attivista del movimento delle donne italiano, scrivendo vari libri al riguardo. Ha diretto dal 1971 al 1978 la rivista L'erba Voglio e dal 1987 al 1997 la rivista Lapis. Percorsi della riflessione femminile. Ha anche curato rubriche di vari giornali italiani, come Ragazza In, Noi donne, Extra Manifesto, L'Unità e Carnet. Nel 2011 è stata eletta presidente della Libera Università delle Donne di Milano, di cui è stata promotrice fin dal 1987.

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