La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Guerra e Pace

di Fulvio Scaglione, per lo speciale di facciamosinistra!  
Non sarebbe ora di finirla di disquisire sulla “nuova guerra fredda”? Non è più che venuto, ormai, il tempo di riconoscere che la guerra è qui, tra noi, senza aggettivi, lei sì davvero “senza se e senza ma”? Russia e Stati Uniti, con il codazzo di Paesi più o meno vassalli e più o meno alleati, si combattono ormai apertamente e promettono di combattersi sempre più. Su ogni campo di battaglia possibile, e poi sul web, nello spazio, nella Borsa, sui mercati. Nel frattempo, i morti di questa guerra ci chiedono almeno di essere riconosciuti. Almeno i siriani, tra 300 e 470 mila, secondo gli osservatori e i sistemi di censimento. E gli ucraini, oltre 10 mila secondo quasi tutte le stime.
Per non parlare degli iracheni, altre centinaia di migliaia di morti dopo l’invasione anglo-americana del 2003, e dei libici, intorno a 20 mila morti durante e dopo la guerra del 2011 scatenata da Francia, Gran Bretagna e Usa. Altro che guerra fredda.
L’inutile discussione sulla “guerra fredda” deriva dall’incapacità di riconoscere la guerra contemporanea. I contendenti non si affrontano più direttamente, sul terreno dell’uno o dell’altro. Si combattono in casa di terzi, ai quali regalano le stragi e le distruzioni. Russia e Stati Uniti oggi si sparano in Siria per interposti siriani e in Ucraina per interposti ucraini. Quando gli Usa hanno voluto avvicinare la propria sfera d’influenza ai confini della Russia, la guerra è stata combattuta nell’ex Jugoslavia, finita a pezzi come oggi a pezzi dovrebbe finire anche la Siria.
E infatti, nella guerra dei giorni nostri, muoiono quasi solo persone che non portano armi né uniformi. Nel primo conflitto mondiale, quello del 1915-1918, i civili furono il 16% di tutti i caduti. Nell’invasione dell’Iraq (2003-2008) i civili furono invece quasi il 90% dei morti. I soldati, a dispetto di ogni retorica militarista, sono ormai le “vittime collaterali” di qualunque conflitto, la cui violenza si scarica inevitabilmente su vecchi, donne e bambini. Come in Afghanistan, dove gli atti di guerra o di terrorismo hanno ucciso, tra il 2001 e il 2014, circa 100 mila persone, per più di un terzo civili indifesi e per il resto soldati, poliziotti, talebani, armigeri delle più varie origini e fazioni. Nel primo semestre del 2016, sempre in Afghanistan, si è registrato il record di vittime civili: 1.601 morti (e 3.565 feriti), dice il rapporto Onu, cioè il 4% in più rispetto al 2015. E un terzo di tutti questi morti sono bambini: 388 uccisi e 1.121 feriti.
È tempi di accettare la realtà: siamo in guerra. Meglio: siamo in una guerra. Non l’abbiamo proclamata noi, alla fin fine non capiamo neppur bene chi e perché l’abbia voluta, ma lì siamo. E pian piano ci troviamo coinvolti. Qualche centinaio di soldati alla diga di Mosul in Iraq. Qualche decina di soldati in Lettonia al confine con la Russia. Migliaia di migranti che arrivano sulle nostre coste anche a causa della guerra scellerata franco-inglese in Libia, decine di migliaia di profughi dello scontro di potenze in Siria che la mano così misericordiosa dell’Europa ha consegnato ai campi della Turchia di Erdogan.
Prima la filosofia cederà il campo alla consapevolezza e meglio sarà. Dobbiamo attrezzarci al pensiero della guerra, così ripugnante da non essere quasi pensato. Solo a questa condizione potremo fare qualcosa di concreto per allontanare la prospettiva che, prima o poi, la “casa di terzi” in cui combattere possa essere la nostra.


























Fulvio Scaglione, nato nel 1957, è giornalista professionista dal 1983. Dal 2000 al 2016 è stato vice-direttore del settimanale “Famiglia Cristiana”, per cui continua a lavorare come editorialista. Nel 2010 ha varato l’edizione on-line del giornale. È stato corrispondente da Mosca, ha seguito la transizione della Russia e delle ex repubbliche sovietiche, poi l’Afghanistan, l’Iraq e i temi del Medio Oriente. Ha pubblicato i seguenti libri: “Bye Bye Baghdad” (Fratelli Frilli Editori, 2003) e “La Russia è tornata” (Boroli Editore, 2005), “I cristiani e il Medio Oriente” (Edizioni San Paolo, 2008) e da ultimo "Il patto con il diavolo. Come abbiamo consegnato il Medio Oriente al fondamentalismo e all'Isis" (Biblioteca Universale Rizzoli, 2016).

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