La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Il bisogno di sindacato, il sindacato che non c'è

di Matteo Pucciarelli, per lo speciale di facciamosinistra! 
Che grande bisogno c’è del Sindacato oggi. Il sindacato oggi è inutile. Sembrano due affermazioni in contraddizione, e invece sono collegate l’una con l’altra. Da una parte c’è il senso che dovrebbe avere l’organizzazione dei lavoratori in sé, dall’altra c’è una realtà deprimente: la propria, grandissima, impotenza di fronte al mondo che cambia. Ed è una impotenza tutta politica, figlia di scelte del sindacato che per darsi un tono si sono definite “riformiste” ma che, all’atto pratico, hanno rappresentato la completa cedevolezza alla politica e al cambiamento di egemonia culturale al quale quella politica ha abdicato. 
Pochi giorni fa un tranviere milanese si lamentava con il sottoscritto: “Il segretario di categoria lo ha piazzato lì il Pd, perché non sapevano dove metterlo. Ti rendi conto di cosa stiamo parlando?”. Perché ci sono due tipi di verità (e di ipocrisie), quando si ragiona intorno al sindacato. Cioè ciò che si può dire a taccuini aperti, e quello che finalmente possiamo raccontarci una volta nel campo dell’ufficiosità. 
La famosa cinghia di trasmissione tra Pci-Pds-Ds-Pd e Cgil, seppure formalmente “smontata”, ha lasciato delle incrostazioni dure a morire, anche di fronte al palese abbandono del primo soggetto alle ragioni, anche conflittuali, del lavoro. 
Il sindacato ha continuato a vivere in ragione della propria organizzazione in primis, anteponendola spesso davanti agli interessi dei lavoratori, sempre più atomizzati, in balia di una globalizzazione delle merci che non si è trasformata in globalizzazione dei diritti. Nel mentre le singole carriere di funzionari sindacali si intrecciavano con quelle politiche (quanti deputati, sottosegretari, ministri, hanno avuto un passato nel sindacato? L’elenco è lungo). 
I problemi che affliggono il sindacato sono principalmente due. Il primo è organizzativo: il grosso dell’apparato passa buona parte del proprio tempo a capire come preservare se stesso (o la propria maggioranza, o la propria corrente) e ovviamente la suddetta organizzazione. Attività che assorbe intelligenze, risorse mentali e infine estrania i gruppi dirigenti dalla realtà. Il secondo è, appunto, politico: la scelta della via concertativa ha portato il sindacato in una posizione non più di avanguardia, intesa come conquista di diritti, ma di retroguardia, intesa come attitudine a salvare il salvabile. Di fronte a ogni erosione più o meno dolorosa di diritti, la risposta è stata: sediamoci al tavolo e trattiamo sul come diluire il veleno. 
Non è un caso se, in gergo, una delle dizioni del sindacalese più utilizzate è “apertura di un tavolo”. Delocalizzazioni, stati di crisi, mobilità, prepensionamenti, esternalizzazioni: l’obiettivo minimo e insieme massimo è quello di “aprire un tavolo”, mendicando interventi politici per attutire il colpo. La spinta propulsiva di un soggetto sindacale capace di non solo amministrare l’esistente ma soprattutto elaborare un’idea di società radicalmente diversa, si è esaurita da ormai anni, decenni. 
Nel frattempo il mondo del lavoro si è atomizzato, diventando incontrollabile. Non è accaduto per caso: hanno influito le nuove politiche di flessibilità (messe in pratiche anche, e con grande solerzia, dal centrosinistra) e le innovazioni tecnologiche che hanno bypassato ogni corpo intermedio. Cosa può dire oggi, un sindacato per metà rappresentato da pensionati e per un’altra buona parte da dipendenti pubblici, a un giovane alle prese con la propria finta partita Iva, vittima della retorica dell’essere imprenditore di se stesso?
È mancata la sinistra, politica e sindacale, per troppi anni. Per questo, oggi, un sindacato di cooptati e aggrappato ad un passato che non esiste più è inutile. Ce ne vorrebbe uno nuovo, coraggioso, coerente e soprattutto radicale. Nelle forme di organizzazione, nell’elaborazione ideologica e nelle forme di lotta. Che ambisce non tanto ad aprire tavoli, quanto a ribaltarli. Servirebbe una seria autocritica, tanto per cominciare. La massima trasparenza, poi, per ciò che concerne la vita interna e i rapporti con la politica. E un grande investimento nella cultura, la propria e quella collettiva. Solo da questo può nascere la giusta risposta al “come”. Perché, ahimè, le pozioni magiche non esistono.




























Livornese verace, Matteo Pucciarelli è un giornalista e saggista che conta svariate pubblicazioni. Scrive su La Repubblica e nelle testa del Gruppo L'Espresso. È notissimo negli ambienti di sinistra per la sua dichiarata militanza e perché non fa sconti a nessuno.

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1 commento:

  1. Caro Matteo, ho l'impressione che una migliore conoscenza del sindacato, e anche delle diverse realtà che vengono assimilate e assorbite sotto questa denominazione, ti consentirebbe di aiutarci a capire meglio i nostri problemi e magari anche a risolverli, o meglio, ad affrontarli con maggior successo. Perchè la maggior parte di chi dedica al sindacato la propria vita o parte importante di essa - anche volontariamente, e penso non solo al pensionato ma soprattutto al delegato o alla delegata giovane (ne abbiamo under 30 ...) e con famiglia - non vuole altro che migliorare le condizioni lavorative e più in generale sociali, di tutti. Il tranviere milanese, come la mitica casalinga di Voghera, o se preferisci la Sora Lella, forse sono utili a capire ma tutt'altro che esaustivi. Se ci vieni a trovare a Monza, saremo felici di confrontarci con te sulle questioni che affronti e che, credimi, appassionano tanto noi quanto te. Buon lavoro!

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