La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

La sinistra imperitura e i nostri compiti: per la necessaria alternativa di sistema

di Fabio Marcelli, per lo speciale di facciamosinistra! 
Pochi concetti come quello di sinistra abbisognano oggi di un chiarimento e di essere sfrondati dei molteplici significati del tutto impropri da esso assunti specie negli ultimi anni. Intraprendiamo quindi questa necessaria e benefica operazione di pulizia concettuale. Operazione che però, per avere successo deve partire dall’essere umano in tutte le sue parti e manifestazioni psicofisiche, nessuna esclusa. Una sorta di indispensabile rifondazione olistica di un concetto troppo spesso maltrattato e abusato. Diciamo allora innanzitutto che noi di sinistra abbiamo di tale concetto un’idea direi quasi istintiva. Il primo nesso fondamentale da indagare è quello del rapporto fra individuo e collettività, un tallone d’Achille dell’Occidente capitalistico.
Essere di sinistra significa riuscire a cogliere se stessi negli altri, rifuggendo da ogni tentazione individualista, pur così fortemente promossa dal sistema disumano che vorrebbe governarci. E quindi volere sul serio il bene comune, ma nella consapevolezza che quello della grande maggioranza può coincidere con il male per i piccoli gruppi che si ostinano a restare attaccati al loro potere, anche se si tratta di un potere che sta portando il pianeta e l’umanità verso lo sfascio definitivo.
Nella sinistra, per come io la comprendo e la sento, confluiscono quindi vari ordini di idee e di priorità: egualitarismo, solidarietà, volontà di strappare il potere alle cricche (le “oligarchie” di cui ha parlato di recente Scalfari, da sempre la coscienza della borghesia italiana, ma, diremo oggi, in senectute veritas e non necessariamente nel senso di un calo della lucidità, anzi direi il contrario), bene comune, ambientalismo, pacifismo, democrazia partecipativa. Ma anche, e soprattutto, la consapevolezza e irriducibile aspirazione a non passare sulla Terra senza lasciare una traccia tangibile e importante.
Quindi, fare sinistra non è un compito facile. Non lo è in assoluto e meno che mai nell’Italia dell’inizio del Terzo Millennio. Solo quarant’anni fa era diverso. Cosa è successo nel frattempo? Certamente trasformazioni epocali nel modo di produrre, rotture fondamentali tra Nord e Sud, guerre, devastazioni ambientali, migrazioni di massa. Ma anche, non nascondiamocelo, un elemento di natura soggettiva su cui, da vecchio ammiratore di Lenin, non posso non attirare l’attenzione. La sinistra in questi quarant’anni, in Italia e non solo qui, ha fatto mediamente schifo.
Non mi pare giusto né utile tirare la croce addosso a questo o a quello. Certamente chiudere l’esperienza del PCI nel modo un po’ decerebrato in cui è stato fatto è stato un vero e proprio crimine. Certamente la crescita di Rifondazione è finita in modo assai poco glorioso perché non si è pensato per tempo a costruire un partito degno di questo nome. Ed anche per l’incapacità di praticare in modo coerente un punto di vista autonomo dal centrosinistra in fase di progressiva renzizzazione. 
Fatto sta che noi relitti umani della sinistra che fu ci ritroviamo oggi in un paesaggio assolutamente desertificato. Eppure la sinistra, per come la intendo io, prima di essere uno schieramento politico o un concetto ideologico o filosofico, costituisce uno stato d’animo, anzi direi una profonda esigenza dell’essere umano nella sua accezione più alta. Non solo mero umanitarismo o filantropia, tuttavia, ma capacità di innervare questi alti sentimenti su di un ragionamento politico di scientifica e direi quasi spietata esattezza.
Siamo vecchi o quasi, ma ci sono elementi del paesaggio sociale dell’Italia del Terzo Millennio che possono farci ben sperare, nonché indurre a trascorrere il tempo che ci resta a tentare di operare nel senso giusto. La soggettività è importante ma non è certo tutto. In realtà è la società capitalistica che continua ad offrirci materiali non solo per la riflessione ma per l’iniziativa. Prima ancora che di un partito che rischia di essere solo l’occasione per dare lavoro a qualche funzionario o qualche rappresentante istituzionale, abbiamo oggi bisogno di una teoria e di proposte concrete da formulare quando possibile anche a livello europeo e internazionale.
Qualche elemento quindi è ancora presente: istinto. Qualche altro si sta configurando su vari temi: proposte e iniziative. Qualche altro ancora è difficile ma occorre lavorarci: teoria. Il quarto è il più importante ma una volta ottenuti i primi tre dovrebbe essere più facile da conseguire: organizzazione.
Venendo a qualche notazione un po’ più circostanziale direi che l’esperienza napoletana costituisce oggi quella più avanzata per la saldatura esistente tra livelli istituzionali vittoriosamente difesi e riconquistati da De Magistris e strutture di movimento. Che con i Cinquestelle va praticato il dialogo su tutti temi rifuggendo da ogni tentazione purista o un po’ strampalata che vi ravvisa una sorta di sansepolcrismo di ritorno. Che il soggetto che dobbiamo costruire debba però definirsi anzitutto per la sua immediata vicinanza ai movimenti reali che esistono nella società. 
Gli elementi del nostro programma sono arcinoti. Democrazia partecipativa, uguaglianza, anche e soprattutto di genere, lavoro e ambiente. Ma soprattutto opposizione, cosciente e persistente, alle pretese del profitto oggi peraltro convertito sempre più in rendita finanziaria, produzione di denaro a mezzo di denaro che non trova alcuna contropartita reale in beni atti a soddisfare bisogni effettivi di singoli e collettività. 
Sul piano internazionale abbiamo riferimenti validi e concreti. Dall’America Latina dei Castro, Chavez, Correa, Lula e Morales, oggi sotto attacco imperialista ma che può e deve resistere e risorgere. Alle organizzazioni kurde che delineano un possibile avvenire federalista per il Medio Oriente massacrato dalla guerra. Alla realtà multipolare che si sta affermando su scala globale, con il ridimensionamento del potere degli Stati Uniti d’America che sarà confermato dall’esito delle prossime presidenziali, sia che vinca Hillary che, ancora di più, Trump. 
Consigli generici e buoni per tutti gli usi, potrebbe dire qualcuno. Ma, se li prendiamo sul serio, ci possiamo accorgere che sono gli unici validi in una situazione di cambio epocale come quella che stiamo vivendo. I disastri ambientali, l’intensificazione dei pericoli di guerra, l’approfondimento delle distanze sociali, la mancanza di futuro per i giovani, le migrazioni bibliche indotte dalla desertificazione di territori sempre più ampi, la concentrazione del potere economico, politico, mediatico, culturale e sociale sono fenomeni forse non nuovi ma che mai come di questi temi si erano registrati con tale imponenza e nettezza. Manca tuttavia l’antidoto, che è l’intelligenza collettiva organizzata. Ma si tratta di una strada obbligata da percorrere.
Occorre configurare, e questo se volete è già un elemento di teoria, una vera e propria alternativa di sistema. I nostri nemici, con i quali nessun compromesso è possibile, sono le società finanziarie che dirigono il mondo con i pessimi risultati che sono sotto gli occhi tutti. I nostri alleati, potenziali fratelli e sorelle, sono tutte e tutti coloro, che in tutto il mondo soffrono per questo sistema irrazionale che sarà spazzato via dalla storia. E la storia, non dimentichiamolo, siamo noi.
Una prima grande occasione da non perdere, sarà costituita dal referendum del 4 dicembre. Dire NO a Renzi e alla sua proposta di affossare la Costituzione repubblicana e antifascista per aprire la strada alla fase postdemocratica contrassegnata dal dominio delle oligarchie, non sarà cosa da poco. Ma se vinceremo, come possiamo, su quel terreno, potremo fare un passo avanti per ricostruire, in un contesto interno e internazionale profondamente mutato, la sinistra della nostra gioventù. Anzi, a ben vedere, qualcosa di profondamente diverso e migliore, senza le ambiguità del PCI e senza le rozzezze e le incertezze di Rifondazione.
Un partito è quello che ci vuole, certamente. E lo avremo, ma senza fretta. Per intanto teniamoci bene a mente due frasi di Ernesto Che Guevara. “L’unica lotta che si perde è quella che non si fa” e “Dobbiamo avere la capacità di sentire come fatto noi ogni insulto alla dignità umana che si perpetra in ogni parte del pianeta”. E una di Vladimir Ilich Lenin, ovviamente, “Il proletariato non ha che un’arma, l’organizzazione”. Tenendo sempre presente il grande insegnamento di Karl Marx secondo il quale il capitalismo produce, fra le altre cose, la classe che lo sotterrerà, chiamiamola ancora proletariato, anche se a qualche nuovista fesso sembrerà outfashioned.

Nato il 15 marzo del 1956 a Roma, Fabio Marcelli è dirigente di ricerca dell’Istituto di studi giuridici internazionali del CNR, e dirigente dell’Associazione dei giuristi democratici a livello nazionale, europeo e internazionale. Ha scritto dodici libri e oltre cento articoli su temi di diritto e relazioni internazionali. Scrive regolarmente su Il Fatto Quotidiano su cui cura un blog personale.

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