La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

L'Università definanziata

di Guglielmo Forges Davanzati, per lo speciale di facciamosinistra! 
Merita di essere presa sul serio la recente esternazione del Procuratore Antimafia, Raffaele Cantone, secondo la quale la “fuga di cervelli” dall’Italia dipenderebbe dalla corruzione diffusa nei nostri Atenei, perché è l’ennesima dimostrazione di quanta disinformazione ci sia, in Italia, sul mondo universitario. Sia chiaro che casi di corruzione esistono ma giova ricordare che la stangata che il Ministro Tremonti diede all’Università italiana nel 2009 – con una decurtazione di fondi senza precedenti nella sua storia – fu legittimata proprio da una campagna mediatica volta a presentare i professori universitari come nullafacenti e appunto corrotti. In tal senso, può sorgere il sospetto che queste dichiarazioni vogliano preparare la strada a ulteriori misure di de-finanziamento. 
Ciò che Cantone non vede è una triplice circostanza.
1) E’ ampiamente noto, ed è palesemente evidente, che la c.d. fuga di cervelli dipende innanzitutto proprio dal sottofinanziamento dell’Università, accentuata dal sostanziale blocco del turn-over (e dunque dall’estrema difficoltà di assumere giovani);
2) L’aumento dei casi di corruzione dipende, a sua volta, proprio dalla carenza di risorse. Il de-finanziamento, che, nella logica governativa, sarebbe semmai funzionale a rendere scarse le risorse per incentivarne un uso efficiente ha prodotto l’esito esattamente contrario, accentuando corruzione e conflitti;
3) La corruzione nelle Università, come peraltro in moltissimi settori dell’economia italiana, esiste perché, in Italia, i reclutamenti e gli avanzamenti di carriera, a differenza di molti altri Paesi, avvengono sulla base di concorsi. 
Dovrebbe essere poi chiaro che la cosiddetta fuga di cervelli non sempre e non necessariamente riguarda giovani ricercatori molto meritevoli ma emarginati nelle Università italiane. Su questo vi è ampia retorica. Il reclutamento all’estero, in moltissimi casi, avviene tramite cooptazione. Ovvero, si selezionano i ricercatori i cui interessi sono in linea con quelli del Dipartimento che li assume. In Italia, il concorso è una pura finzione, e lo è sempre più in un contesto di risorse scarse. 
La “fuga dei cervelli” è spesso anche determinato, almeno in alcune aree disciplinari, dall’emarginazione di linee di ricerca non allineate a quelle dominanti, come nel caso delle scienze sociali. Ciò a ragione del fatto che la probabilità di fare carriera accademica, in Italia, dipende in misura rilevante dalla capacità del singolo aspirante ricercatore di pubblicare su riviste reputate “eccellenti”. Si tratta di riviste censite dall’Agenzia Nazionale di Valutazione della Ricerca (ANVUR): un carrozzone burocratico, si direbbe, che opera sostanzialmente così. L’Agenzia valuta le pubblicazioni in relazione alla sede che le ha ospitate, indipendentemente dal loro contenuto, così che un articolo che nulla aggiunge alle nostre conoscenze, se, per puro caso, è stato pubblicato su riviste di “eccellenza” (ovvero certificate tali dall’Agenzia) riceve una valutazione molto positiva, così come, per contro, un articolo estremamente innovativo pubblicato su riviste che l’ANVUR non considera buone riceve una valutazione bassa. E’ del tutto evidente che questo dispositivo genera attitudini conformiste, dal momento che per pubblicare su riviste considerate prestigiose (e definite di classe A) occorre uniformarsi alla loro linea editoriale, e talvolta – come spesso documentato – anche mettere in atto comportamenti eticamente discutibili. L’amicizia con il Direttore di una rivista di classe A può facilmente consentire di essere considerati ricercatori di eccellenza. La storia della Scienza mostra inequivocabilmente che le maggiori ‘rivoluzioni scientifiche’ si sono generate non allineandosi al paradigma dominante. In tal senso, l’operazione ANVUR è quanto di dannoso si possa immaginare per l’avanzamento delle conoscenze in ogni ambito disciplinare e, non a caso, in quasi nessun Paese al mondo esiste una valutazione “dall’alto” della qualità della ricerca. In alcuni casi, quando si è provato a farlo si è rapidamente tornati indietro. Non a caso, all’estero, non si è valutati sulla base di protocolli di riviste generati da agenzie governative e vi è ampio consenso sul fatto che è semmai la dispersione di risorse (e non il loro accentramento) a produrre maggiore ricerca e di migliore qualità. Il problema è aggravato dal fatto che l’accesso alla carriera universitaria, o gli avanzamenti di carriera, avvengono, da quando è in vigore la c.d. legge Gelmini, in modo assai farraginoso. Si tratta di una procedura di valutazione costosa e soprattutto del tutto inefficace per selezionare i docenti più meritevoli e più produttivi. 
E’ innanzitutto una procedura costosa. La Camera dei Deputati, nella relazione tecnica del 29 giugno 2011, stimò un costo annuo per le procedure di abilitazione scientifica nazionale (pre-requisito per l’accesso alla docenza) pari a €17.000.000. 
E’, poi, una procedura inefficace per contrastare il “dimagrimento” dell’Università italiana. L’ASN è infatti una precondizione per l’accesso al ruolo, che viene successivamente (di norma, a distanza di due-tre anni) stabilito da una commissione formata dalla singola sede. Nella gran parte dei casi – ed è anche questo un aspetto rilevato da Cantone – con i concorsi locali si selezionano gli aspiranti ricercatori e professori secondo logiche di appartenenza a gruppi di potere o, nel peggiore dei casi, secondo logiche nepotiste e familistiche. Anche per questa ragione, è in aumento il numero di contenziosi. 
Cantone sbaglia nel correlare corruzione e fuga di cervelli, ma ha pienamente ragione nel sostenere, nello stesso intervento di qualche giorno fa, che è proprio la “riforma” dell’Università (ovvero la Legge Gelmini, che istituisce l’ANVUR) ad aver prodotto un aumento dei casi di corruzione e più in generale un aumento dei ricorsi alla giustizia amministrativa per risolvere contenziosi interni al mondo accademico. Si pensi, a titolo puramente esemplificativo, ai ricorsi fatti da direttori di riviste scientifiche al Ministero, per vedersi riconosciute in fascia A (diversamente è evidente che quella rivista è destinata a perire). Buon senso vorrebbe che si metta mano alla riforma, che si rivedano alla radice i meccanismi di valutazione della ricerca e, a questi collegati, anche i meccanismi di reclutamento. E un Governo al quale interessi evitare, o comunque ridurre, le emigrazioni intellettuali e, contestualmente, non far diventare l’Università una fonte di lauti guadagni per gli avvocati, dovrebbe adoperarsi per un unico principale obiettivo: tornare ai livelli di finanziamento precedenti alla manovra Tremonti del 2009.

Guglielmo Forges Davanzati (Napoli, 1967) è professore associato di Economia Politica presso l'Università del Salento, dove insegna Economia Politica e Labour Economics. Si occupa di Economia del Lavoro, anche in prospettiva storica, di teorie postkeynesiane della distribuzione del reddito, di studi sul Mezzogiorno e di etica economica. Fra le sue più recenti pubblicazioni si segnalano le monografie “Ethical codes and income distribution: A study of John Bates Clark and Thorstein Veblen” (London: Routledge, 2006) e “Credito, produzione, occupazione: Marx e l’istituzionalismo” (Roma: Carocci, 2011). Collabora su vari quotidiani e riviste ed è un editorialista fisso di Micromega.
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