La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Non basta un NO

di Luca Billi, per lo speciale di facciamosinistra! 
Governare, la cui etimologia risale - attraverso il latino gubernare - al greco kybernan, significa propriamente guidare la nave. Noi sappiamo che i viaggi per mare sono pericolosi, ma proviamo per un attimo a escludere gli ostacoli e i pericoli che questi inevitabilmente comportano e il governare si riduce all'atto di tenere la rotta: una volta individuato il porto, il capitano ha questo obiettivo, comunque fondamentale. Il problema quindi è capire qual è la rotta: qui sta il punto. Noi da anni ne seguiamo una, ci hanno detto che là c'è il porto a cui dobbiamo arrivare e quindi che dobbiamo tenere ben saldo il timone in quella direzione.
E infatti i capitani che si sono succeduti al timone hanno seguito fedelmente questa rotta e ormai il viaggio è così segnato che, anche se per certo periodo manca il capitano, è come se la nave sapesse da sola quale rotta seguire. Siamo tutti noi marinai, fino all'ultimo mozzo, che sappiamo che quella è la direzione e quindi non facciamo nulla per deviare la nave.
Ecco io più passa il tempo e più mi convinco che il problema non è chi prende in mano il timone e che forse è perfino ininfluente che un timoniere ci sia o meno, e, allo stesso modo, con la stessa cocciuta convinzione, mi convinco che sia la rotta a essere sbagliata. Completamente. E che dobbiamo fare di tutto per cambiarla, scegliendo un altro porto.
Perché - ormai avremmo dovuto capirlo bene - il porto d'arrivo di questa nostra nave è il capitalismo, lo sfruttamento dell'uomo sull'uomo, la sperequazione nella distribuzione delle risorse, la distruzione dell'ambiente e delle risorse naturali. Per tracciare la rotta abbiamo smesso di seguire le stelle, ma osserviamo gli indici delle borse, i bilanci delle multinazionali e delle banche. Per qualche tempo io ero uno di quelli convinti che il modo in cui guidavamo la nave verso quel porto avesse una qualche importanza, che ci fosse un modo giusto e uno sbagliato di tenere la rotta e ovviamente facevo di tutto affinché prevalesse quello giusto. Invece mi sbagliavo io. Forse stavamo evitando i pericoli più gravi, certamente abbiamo impedito che qualcuno cadesse in acqua durante le tempeste - un obiettivo di cui andare comunque fieri - ma non abbiamo detto che la nave andava fermata e portata verso un altro porto.
In questi giorni siamo impegnati in una battaglia che in tanti consideriamo importantissima a favore delle istituzioni democratiche di questo paese. Forse drammaticamente decisiva, perché se vince il sì la reazione capitalista sarà spietata e questo paese tornerà indietro di decenni nel campo dei diritti economici e sociali. Ma la vittoria così auspicata del NO riuscirà solo a rallentare il cammino della nave, temo neppure a fermarla. Figurarsi se riusciremo a cambiare rotta. Magari il 4 dicembre noi vinceremo il referendum e ci sembrerà di aver conseguito una grande vittoria, ma per tante persone che vivono in un mondo in cui la Costituzione non è neppure arrivata, non importerà nulla di questo nostro successo. Ovviamente sarà più semplice provare a difendere i diritti di tutti votando NO e sarà praticamente impossibile se vincerà il sì - e per questo i padroni si sperticano a favore di questa soluzione - ma dobbiamo essere consapevoli che se non cambiamo rotta quel nostro NO sarà perfettamente inutile.
Molti di noi sono cresciuti politicamente, avendo in testa le parole di Enrico Berlinguer sulla democrazia come "il valore storicamente universale sul quale fondare un'originale società socialista."
Vedendo quello che sono diventate le democrazie in gran parte del mondo quella convinzione vacilla. Nelle scorse settimane si è svolto in Cina - dove peraltro c'è al governo una dittatura - il summit dei venti paesi economicamente più importanti del pianeta. Gran parte di questi venti paesi sono formalmente democrazie. E' una democrazia la Turchia di Erdogan, che ha licenziato oltre quarantamila dipendenti pubblici, che ha messo in carcere migliaia di professori universitari, che nega ogni diritto alle minoranze del suo paese. E' una democrazia il Brasile, in cui è avvenuto un golpe parlamentare che ha destituito dalla presidenza una donna che aveva resistito alle dittature militari. E' una democrazia - la più grande del mondo - quella che c'è negli Stati Uniti, che nel prossimo mese di novembre dovrà scegliere tra due candidati come Hilary Clinton e Donald Trump, ossia tra la padella e la brace, due esponenti della faccia peggiore e più feroce del capitalismo. Sono democrazie i paesi europei in cui ci sono, dalla Francia alla Germania, dall'Italia alla Gran Bretagna, partiti fascisti che partecipano alle elezioni e che vedono crescere di anno in anno i propri consensi e dove i governi sono impegnati a ridurre gli ambiti dei diritti politici, economici e sociali. Dobbiamo essere consapevoli che non c'è democrazia dove c'è il capitalismo e visto che il capitalismo sta trionfando in tutto il mondo non possiamo più parlare di democrazia, tanto meno possiamo considerare questa democrazia un valore universale. 
So bene che un secolo fa fu esiziale per la sinistra europea il dibattito se partecipare o meno alle elezioni, se sedere nei parlamenti "borghesi": il capitalismo armò il fascismo e spazzò via tutto. Eppure quel dubbio rimane ancora, perché ormai abbiamo capito che questa questa nave senza pilota ci porterà al naufragio.

Luca Billi è un militante di sinistra. Cura il seguitissimo blog I Pensieri di Protagora.  

L'articolo è riproducibile citando la fonte ed indicando il link.

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