La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Non solo App. Dietro le start up c’è la forza lavoro

di Roberto Ciccarelli, per lo speciale di facciamosinistra! 
Le piattaforme dei servizi on-demand – la cosiddetta gig economy, l’economia dei «lavoretti» – stanno scoprendo l’esistenza dei lavoratori. Questa estate gli autisti di Uber in Inghilterra hanno portato l’azienda davanti al tribunale del lavoro, come i loro colleghi americani. I bikers di Deliveroo hanno protestato a Londra e Parigi contro il piano dell’azienda di spostarli da un pagamento a ora a un altro a consegna. Nella filiale italiana della tedesca Foodora a Torino, i fattorini in bicicletta hanno chiesto un contratto a part-time verticale, il riconoscimento di un salario minimo orario più il costo della consegna.
Come per gli autisti di Uber, anche sulle spalle dei riders grava il costo dell’attrezzatura con cui lavorano: nel primo caso le spese per la macchina e l’assicurazione sono a carico degli autisti, nel secondo i fattorini acquistano la bicicletta e pagano le spese dello smartphone. Se cadono, fanno un incidente o si ammalano, non sono coperti. Se non lavorano, non hanno un sussidio di disoccupazione. Se non rispondono a una chiamata, hanno una valutazione negativa dall’algoritmo e possono essere allontanati dalle zone dove c’è richiesta dei clienti, guadagnando ancora meno. 
QUESTO MODELLO È LA FRONTIERA del cottimo digitale, un taylorismo 2.0, l’estremizzazione della prestazione job-on call: non si paga per il tempo che dai, ma per i lavori che fai. E le spese sono tue. È la logica dei voucher - che costano di più: 7,50 euro più 2,50 all’Inps, mentre a Foodora si guadagna 2,50 a consegna. Si parla di un minimo di poco più di 5. A Londra, Deliveroo pagava 7 sterline all’ora più una alla consegna. La protesta a Londra è scattata quando l’azienda ha deciso di tagliare il compenso orario. In Inghilterra c’è il salario minimo orario (poco più di 7 sterline). In questo caso è stato importante per determinare il minimo contrattuale. È la stessa dinamica che ha portato alla protesta i ciclofattorini di Foodora a Torino. Da noi non esiste una legge sul salario minimo orario. Non la vogliono i sindacati che ritengono più utile contrattare il salario minimo nel contratto. Un minimo per legge rischierebbe, a loro avviso, di abbassare tutti i salari. E figuriamoci se ci pensano i governi, impegnati nella rovinosa corsa verso il basso, tra estensione universale dei voucher e la cancellazione dell’articolo 18 per tutti i neo-assunti. Il punto è: chi lavora senza fare riferimento a un contratto non ha un salario minimo. Certo, si possono estendere i contratti esistenti e “includere” i lavoratori. Ma questa può essere una soluzione parziale. 
IL MERCATO DEL LAVORO È UNA FISARMONICA che si gonfia e si sgonfia più volte al giorno. Lo si può vedere nella gig economy che, letteralmente, significa “economia dei lavoretti”. In inglese “gig” ha altri due significati: spettacolo e prestazione. I ciclofattorini del delivery service, come tutti coloro che trovano un lavoro oggi su una piattaforma, svolgono un “lavoretto” basato su una prestazione di sé. Questa prestazione è iper-contingentata, al punto che si parla di cottimo digitale, e mette al lavoro il corpo e la mente nell’esecuzione di una mansione pagata a pezzo. Questa prestazione è anche un’esibizione, una messa in vetrina, del logo dell’azienda. Le divise indossate dai fattorini di Foodora o Deliveroo che si vedono qui e lì sulle strade delle città italiane sono una forma di comunicazione del logo mentre i lavoratori stanno portando a termine una consegna. 
IL CONTENUTO DEL LAVORO DI PIATTAFORMA consiste in un aspetto contrattuale, nel marketing aziendale effettuato dai prestatori d’opera e in una prestazione-performance, fisica e non solo. Per i creatori della gig economy prevale quest’ultimo aspetto: i fattorini svolgono un secondo o terzo lavoro. Vanno in bicicletta per hobby, per arrotondare. Erogare una prestazione rientra nella sfera del gioco, o dell’intrattenimento. Dunque non dovrebbero essere pagati, se non con un rimborso spese. Si parla infatti di playbour o, in maniera più comprensiva, di gamebour, di weisure (work+leisure). Queste definizioni vanno prese sul serio: il gioco è intrecciato con il lavoro, è la stessa cosa. Dunque, anche chi dice - imbrogliando - che i gigworkers non lavorano, ma giocano - fanno, appunto, un lavoretto - nei fatti riconosce l’esistenza di un lavoro. Certo, in gig economy il concetto di work - lavoro - non c’è. Esiste un suo quasi sinonimo, ma estraneo alla tradizione semantica tradizionale che deriva da labor, ponos, arbeit o trabajo. La contraddizione è insuperabile nell’economia digitale. Se si parla “lavoretto” si è comunque nel campo del lavoro, quindi della retribuzione, del contratto.
IL LAVORO È LA PAROLA MANCANTE. Pur onnipresente, ed evocata come un miracolo, o una dannazione, non indica mai un referente chiaro e condiviso. Il conflitto esploso in Foodora, o in Deliveroo In Inghilterra o in Francia, è anche sulla nominazione del lavoro. Nella Silicon Valley e nel mondo del capitalismo di piattaforma, l’esplosione del senso acquisito dal lavoro nel corso delle vicende moderne alimenta analogie mitologiche, metafore animali, allusioni cibernetiche. In Amazon i cottimisti digitali che lavorano con gli algoritmi sono stati definiti “Turchi meccanici”, in TaskRabbit - un azienda che si occupa di lavori domestici - i lavoratori sono definiti “conigli” (“rabbits”). Nel giro di tre mesi, in maniera casualmente sincronizzata in Europa, i gig-workers hanno compiuto un’operazione-verità. Se i fattorini non pedalano, gli autisti non guidano, tutto si ferma, come il meccanismo di reclutamento istantaneo della folla intermediata da un algoritmo. Non di sole App vive un’economia che è molto ben incarnata in soggetti apparentemente senza nome. E che lottano per averne almeno uno. Il lavoro è diventato un campo di battaglia: dentro c’è sia la lotta per i diritti, sia quella epistemologica su cos’è il lavoro, oggi. E chi sono coloro che si prestano. 
DA BIPARTITO IL RAPPORTO DI LAVORO SI È FATTO MOLTEPLICE. Il lavoratore ha più committenti potenziali. Le piattaforme intermediano tra cliente finale, fornitore e prestatore d’opera. Senza contare che il lavoratore può lavorare, anche contemporaneamente, per più piattaforme. E svolgere un altro lavoro, da dipendente o con la partita Iva. I rapporti di lavoro sono dunque infiniti e il lavoratore può svolgerli insieme. La sua vita consiste nel transitare dall’uno all’altro. In un mercato del lavoro come quello contemporaneo, con salari bassissimi, zero tutele, nessuna prospettiva questo movimento è un viaggio all’inferno. Ma il problema è che non ha alcuna cittadinanza sociale. Fa parte del quinto stato: è un apolide in patria in una condizione rovesciata, ma coincidente come quella dei migranti che sono estranei ai diritti di cittadinanza a causa della loro extra-territorialità in uno Stato. Quando, a sinistra, si dice che siamo tornati nell’Ottocento e che i gig-workers sono operai si compie un errore di prospettiva. Queste persone sono radicate nel XXI secolo, anche perché possono fare riferimento a una legislazione o a esperienze che non esistevano nel XIX. La loro soggettività è molto diversa, anche perché esprimono un’altra cultura del lavoro basata sulla mobilità tra i confini delle categorie. La loro identità non può essere ridotta al lavoro, e questo è anche un bene, se il lavoro è questo. Questa identità della nuova forza lavoro è composita, molteplice, così come lo sono i rapporti di lavoro. È una ricchezza, rimossa, e trasformata in cottimo. Il diritto del lavoro stenta a riconoscere questa condizione di mobilità poiché è fondato sul lavoro dipendente standard. 
LA FORZA LAVORO APPARE inoccupata, ma disponibile ad ogni occupazione. I lavoratori non sono considerati né occupati, né disoccupati, ma occupabili. È avvenuta una trasformazione: il lavoro si sposta da un discorso giuridico-economico a uno morale-individuale. Il lavoratore deve dimostrare l’impegno ad accettare qualsiasi forma di occupazione, adattandosi in tempo reale alle richieste del mercato. Il lavoratore non scompare dalla realtà, né dal mercato. Viene inserito in una porta girevole e fa un giro infinito tra il nero e il sommerso, tra l'inoccupazione e l'apprendistato, tra il precariato e il lavoro gratuito, tra un’occupazione a progetto o a partita Iva e un’altra in a termine. E viceversa, all'infinito. Dopo essere entrato da una porta, e avere esaurito il suo periodo di attività variamente inquadrata, il lavoratore uscirà dalla stessa porta tornando alla casella di partenza di “inoccupato” o di “forza lavoro potenziale”. A questo punto sarà pronto per un nuovo di giro della porta che lo trasformerà in lavoratore disponibile a un’attivazione permanente come un circuito o un sensore. Questa nuova struttura, già operativa, interessa tutto il lavoro, non certo solo il suo segmento digitale. La ricchezza della forza lavoro, di cui ho parlato sopra, non è tuttavia dissolta. È assorbita dal dispositivo, ma esiste nei corpi, e nella mente, di chi la vende.
LA PIATTAFORMA METTE IN RELAZIONE un appaltatore con un subappaltatore: apparentemente non ha contatti con il lavoratore e scarica le spese sulle sue spalle. Questa triangolazione è importante perché permette agli imprenditori della gig economy di dire: non siamo datori di lavoro. E chi accetta, liberamente, di lavorare per la piattaforma in realtà sta facendo un “lavoretto”. Per questa ragione è necessario adottare una regolazione caso per caso, altrimenti si rischia di inquadrare i freelance da dipendenti o trattare i dipendenti da freelance. Di solito questa occasionalità è stata usata per precarizzare e desalarizzare il lavoro dipendente e quello autonomo. 
I GIG WORKERS aprono un nuovo capitolo nel problema sulla determinazione delle norme tra datore di lavoro e lavoratore: sono contrattisti indipendenti che operano come piccole imprese, sottoposti alle regole della concorrenza e del mercato? O sono nuova e genuina forma di lavoro che merita uno status legale e un apparato regolativo? I gig workers sono l’iceberg emerso di un terzo genere del lavoro: il lavoro indipendente. Per altri si tratta di un’illusione, nel diritto del lavoro non si dà un terzo genere: l’attività dev’essere subordinata o autonoma. Una via di mezzo è la parasubordinazione che tuttavia non risolve il problema fondamentale della zona grigia, ovvero quella dimensione del lavoro che cerca di formalizzare una condizione che non è né dipendente né autonoma proponendo l’idea per cui esiste un lavoro autonomo economicamente dipendente e un lavoro dipendente tendenzialmente autonomo.
IL LAVORO INDIPENDENTE si affermerà con lo strutturarsi del lavoro su piattaforma e il lavoro digitale. In questi settori, quasi del tutto privi di una regolazione giuslavoristica, fiscale e sociale, il lavoro indipendente viene usato per eliminare le mediazioni contrattuali e sociali dell’ultimo secolo. È una manifestazione del diritto commerciale. Basta ristabilire il suo equilibrio con il diritto del lavoro per tornare alla giustizia? Probabilmente non basta. Il lavoro indipendente esprime infatti una libertà dei soggetti che la tradizione giuridica ha cercato di vincolare al rispetto dell’obbligazione con un datore di lavoro. Per le caratteristiche del rapporto di lavoro questa obbligazione è saltata, non è un caso se dal punto di vista capitalistico si cercano altri strumenti per assoggettare i lavoratori. 
DUE SONO LE POSSIBILI SOLUZIONI. La prima è quella indicata da Trebor Scholz nell’ambito dei Digital Labour Studies e ripresa da Geert Lovink: creare cooperative di piattaforma [platform cooperativism]. Il fenomeno va dagli Stati Uniti dove la Freelancers Union ha raggiunto 220 mila soci alla Gran Bretagna dove ci sono 200 mila persone che lavorano in 400 cooperative usando le tecnologie della condivisione. In Spagna una cooperativa come Mondragon occupa più di 74 mila persone. Un processo che ha portato alla riscoperta del mutualismo nel quinto stato in tutto il mondo. Serve inoltre il riconoscimento di un diritto all’esistenza [ius existentiae]: l’affermazione di una vita attiva, indipendentemente dal lavoro e dal mercato, che viene rappresentato con la misura simbolica del reddito di base universale. Questa nozione, meno escludente del reddito di cittadinanza che distingue chi possiede una cittadinanza da chi ne è sprovvisto, è fondata sul principio politico dello ius existentiae e non può essere dunque declinata come una norma del diritto del lavoro. L’universalità e l’esigibilità di un simile diritto non è scontata tanto meno in un diritto del lavoro che nasce dal compromesso tra il diritto privato e quello costituzionale. Quando parliamo di forza lavoro parliamo di qualcosa che sta sul mercato, dovrebbe essere tutelata dallo Stato, ma non è né dello Stato, né del mercato. È di coloro che possiedono la forza lavoro e possono associarsi per imporre il loro diritto all’esistenza. 
QUESTE POTENZIALITÀ sono occultate dal discorso sull’innovazione tecnologica. Si preferisce celebrare una «creatività» individuale. Nell’antropologia dell’imprenditore di se stesso questo è il capitolo: divenire Steve Jobs della folla. Alla base di questa ideologia californiana tradotta nella provincia del Jobs Act c’è sempre un nerd d’eccezione che produce supporti neutrali tecnologici. È la mitologia del piccolo genio che cambia il mondo in un garage. Il lavoro digitale è l’altro lato della medaglia. Oggi le piattaforme che reclutano «servizi umani» rispondono a una precisa catena del comando e del valore. In questo mondo non basta avere un’idea per creare start up e al resto ci penserà il mercato. I dati smentiscono le anime belle dell’innovazione: in Italia esistono più professionisti delle start up che start up; più incubatori di impresa che imprese. Per Tech.eu su oltre 5800 start up, 41 incubatori certificati, solo nove sono state le operazioni di avviamento e vendita di quote di micro-aziende tecnologiche. In Europa sono state 594, 119 in Germania. Il problema è anche di mercato dei venture capitals: in Italia nel 2015 c’erano solo 74 milioni. A Berlino sono stati raccolti 2,4 miliardi, a Londra due miliardi. Mentre gli innovatori di professione sognano di vivere nella Silicon Valley, la realtà parla di tutt’altro.
LA GIG ECONOMY NON RIENTRA TRA I LILLIPUZIANI DELLE START UP. Esiste una differenza enorme tra una start up «incubata» e un’azienda come Uber che nel luglio 2015 ha superato i 50 miliardi di dollari. Un record: Facebook era arrivata a una simile valutazione nel 2011, al settimo anno di vita. E tuttavia si coltiva la solita allucinazione: Uber è una start up perché sostenuta dai «capitali di ventura». Le imprese dei servizi on demand si presentano nella maniera più etica possibile e hanno interesse a sovrapporsi all’economia della condivisione (sharing economy). Quest’ultima fa riferimento all’universo del dono e della condivisione di beni privati. Ancora una volta l’onnipresenza di smartphone e Pc solleva una cortina fumogena sui dispositivi che permettono l’esistenza di uno scambio economico e di un rapporto di obbligazione reciproca tipica del lavoro. 
La SHARINGECONOMY associa su una piattaforma persone per dividere costi in un viaggio in macchina. La gig economy prevede il pagamento di una macchina con autista che porta il cliente dove vuole. In questo caso non c’è nulla da condividere: da un lato, c’è qualcuno che ha bisogno di una merce o di un servizio; dall’altro lato, c’è un’azienda che organizza una forza lavoro per rispondere alla richiesta. L’uso della tecnologia crea una domanda alternativa su un mercato saturo con prezzi concorrenziali per i clienti. Non appena si crea un mercato si tagliano i costi del lavoro già bassissimi. 
L’ECONOMIA DELLA CONDIVISIONE è celebrata perché offre un’opportunità ai proprietari di case o di automobili di generare un secondo o terzo reddito rispetto a quelli, magri e precari, ottenuti da chi ha ancora un lavoro propriamente detto o un’eredità. Alla base della condivisione esiste un bene acquisito con il lavoro, non solo il desiderio di condividere valori, relazioni o fare conoscenza. Anzi questa attitudine cooperativa viene messa a valore in un mercato dove l’occupazione non porta reddito, né occupazione stabile, questo è un modo per ammortizzare i debiti. È escluso chi non ha una casa o una macchina, né accesso a una carta di credito per una connessione 24 ore su 24. Sprovvisto della tecnologia base non potrà fare nemmeno il fattorino in bicicletta.

Roberto Ciccarelli è Freelance, giornalista, filosofo, blogger , un patchwork di identità, soprattutto non professionali. Scrive sulla furiacervelli.blogspot.it, qualche monografia “seria” (Diritto e beatitudine in Baruch Spinoza, Carocci e Immanenza per il Mulino), qualcun altro più divertente (La furia dei cervelli, manifestolibri) e il più recente (“Il Quinto Stato” per Ponte alle Grazie). Collabora a riviste come Alfabeta o AutAut. È giornalista un pò tuttofare per il manifesto dove scrive di lavoro, scuola, economia e cultura.

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