La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Non solo barche ma un filo rosso di lotte


di Stefano Galieni, per lo speciale di facciamosinistra! 
Roma, Piazza del Campidoglio, 11 ottobre 2016. Poche decine di ragazzi, provenienti da Eritrea e Sudan, protestano insieme a volontari e attivisti dopo che il centro autogestito Baobab, in cui erano ospitati prima di provare a forzare la “Fortezza Europa”, verso nord. Freddo e pioggia non li scoraggiavano ma dall’amministrazione comunale solo risposte di prammatica e una gelida indisponibilità ad occuparsi di emergenza. La capitale di una delle più importante potenze mondiali non è in grado di trovare un tetto per poche persone. Da tv e giornali, dal parlamento e dal governo si straparla di numeri insostenibili da sopportare.
A destra si blatera di “invasione”, fra chi è “politicamente corretto”, di “Italia lasciata da sola, di sistema da riformare, dei grandi meriti del governo. 130 mila persone, sballottate per il Paese in nome di leggi e procedure inadeguate e fallimentari, spesso in spazi sovraffollati, per un giro di affari di oltre 1 miliardo di euro, la cui presenza procura lavoro a operatori spesso assunti con contratti da fame, rappresentano il problema dei problemi. 130 mila persone in un paese di 60 milioni di abitanti. 
Evidentemente la questione è un’altra ma non la si vuole neanche guardare. La questione è come un gomitolo, il filo che lo compone, ormai aggrovigliato è composto da leggi e cultura prive di prospettiva. Proviamo, a volo d’uccello a scioglierlo. Siamo partiti da coloro che non vogliono restare in Italia, alcune migliaia di persone che nel gergo vengono chiamate “transitanti” e avrebbero opportunità di trovare accoglienza, lavoro, affetti in qualche altro paese UE. Il Regolamento Dublino, che impedisce a chi chiede asilo in un paese di poter andare in un altro li tiene bloccati in una gabbia. Nella gabbia Italia, anche presentare la domanda per chiedere lo status di rifugiato o una forma di protezione implica un’attesa di un anno, un anno e mezzo. Se va male si fa ricorso e si resta legati al palo, il tempo passa, il mondo ti crolla addosso, devi guadagnarti da vivere e finisci nei meccanismi dello sfruttamento: agricoltura, edilizia, vendita sulle spiagge se sei fortunato, altrimenti il tuo corpo e la tua dignità vengono risucchiati. 
L’UE aveva garantito che per 160 mila richiedenti asilo ci sarebbero state possibilità di relocation in uno dei 27 paesi in due anni. Sono passati 17 mesi da quell’accordo, dei 40 mila arrivati in Italia per cui si sarebbe trovato un nuovo rifugio, ne sono partiti 800. Un fallimento dettato da burocrazie, egoismi, assenza di organizzazione ma anche dal fatto che i richiedenti asilo non sono considerati persone ma pacchi. Non sono loro a poter scegliere dove andare, sono pacchi da spedire dove sono desiderati, in base al paese di provenienza, alla qualifica, alle esigenze del paese che accoglie. 
Il governo delle “semplificazioni” intanto realizza nuovi nodi per rendere ancora più complicata la vita di chi scampa al mare e arriva sulle coste meridionali: hot spot, hub, impronte digitali prese a forza, rimpatri in paesi governati dai peggiori regimi, accordi con mezza Africa, come con la Turchia per fermare lontani dall’Europa chi non ha più nulla da perdere se non la vita. Il 2016 è stato l’anno in cui sono morte in mare quasi 7000 persone, vite spezzate, spesso di donne e bambini, che ormai non fanno neanche più notizia se il loro numero non è alto o se i loro corpi non raggiungono le nostre coste. Nel 2017 verranno potenziate, anche con la complicità del governo italiano, le agenzie di repressione e contrasto all’immigrazione come Frontex, istituita e diffusa una Guardia di Frontiera Europea, verranno formate le polizie dei paesi rivieraschi per fare il lavoro sporco trattenendo chi scappa ma si impiegheranno ancor meno risorse per cercare e soccorrere chi è in difficoltà in mare.
Non si fermeranno le persone così, continueranno a provarci, pagando di più e rischiando di più ma dietro non ci si lascia niente se non gli effetti di oscene politiche imperialiste e neo colonialiste in cui tutto è permesso: guerre, distruzioni ambientali, sfruttamento delle risorse senza benefici per chi ne è possessore. Leggi e cultura dicevamo: leggi per cui chi arriva è da detenere, far restare in condizioni di vulnerabilità perenne e subalternità, cultura diffusa che li fa percepire come pericoloso nemico alle porte, come mondo venuto a turbare la nostra pace. 
Chi si attiva in maniera solidale va represso e subisce vessazioni ma viene anche additato quasi come “traditore”, perché “prima gli italiani”, perché i richiedenti asilo “sono troppi” perché “sono sicuramente pericolosi”. Leggi e cultura diffusa che in maniera biunivoca si contaminano e producono effetti devastanti, fondati sul falso e che non è possibile affrontare con aggiustamenti di facciata o con forme di solidarismo caritatevole ma modificando radicalmente un paradigma consolidato. E questo può avvenire solo attraverso una presa di consapevolezza che in parte sta già avvenendo. 
In un mondo che non diviene mediatico ma è fatto di quotidianità, dove operatori dell’accoglienza sfruttati e richiedenti asilo tenuti in parcheggio, hanno cominciato a costruire percorsi comuni in cui si pratica anche conflitto, partendo dal fatto che le difficoltà di autoctoni e migranti sono provocati da chi considera entrambi unicamente fonte di profitto. Piccoli segnali, come quelli che stanno mettendo in relazione, dove si mettono in atto buone pratiche che costruiscono meccanismi di alleanza fra ospiti e ospitanti, soprattutto fra giovani che indipendentemente dal luogo di provenienza, pagano le conseguenze di un sistema ingiusto. 
Ma chiudiamo uscendo da quella che oggi è la tipologia di migrante che rappresenta il tutto, colui o colei che giungono oggi dal mare. Per quei 130 mila uomini, donne e sempre più spesso bambini, per cui l’Italia, Potenza mondiale, è al trentacinquesimo posto nel computo dei rifugiati accolti. Niente rispetto ad esempio al Libano, territorio più piccolo dell’Abruzzo dove sono ospitati circa 1 milione e 300 mila profughi siriani e, da generazioni, centinaia di migliaia di profughi palestinesi.
Ebbene anche questa tipologia mediatica è un falso clamoroso, che serve a creare allarme, odio, guerra fra ultimi e penultimi ma non racconta la realtà. Poco si parla ormai dei circa 5.200 mila uomini donne provenienti da un altro paese, dei circa 900 mila minori nati o cresciuti in Italia che vanno nelle scuole, che rappresentano in gran parte il futuro del paese. Non si tratta solo del calcolo economicista, delle percentuali di pil garantite dal loro lavoro, di contributi pensionistici di cui difficilmente vedranno i benefici, dei contributi fiscali prodotti, di quanto ormai permettano ad un paese vecchio e stanco di continuare a produrre. Si tratta di uomini e donne che stanno lentamente e positivamente, nonostante i conflitti, modificando la demografia del paese, che ne implementano la produzione culturale, artistica, che guardano avanti e sperano, spesso più di noi in un futuro migliore. 
La matassa si chiude con questo filo rosso, di persone per cui la migrazione ha certamente rappresentato un percorso individuale ma che oggi ricostruiscono una propria cittadinanza sociale, (quella sostanziale gli è ancora negata) attraverso la sindacalizzazione, forme ancora embrionali di solidarismo e di spinta alla lotta di classe. Sì è vero, si dovrebbe dire provocatoriamente, non ci rubano il lavoro ma vengono a fare i lavori che molti autoctoni non sanno più fare, come lottare non solo per se, per i propri connazionali, ma per chi lavora in altre aziende e vede i propri contratti non rispettati. Un sintetico e semplificato intervento come questo, può servire solo a dare una traccia, a far capire che lo sfruttamento che subiscono autoctoni e immigrati è sempre più simile e non per colpa di un inesistente “esercito di produzione di riserva” ma perché le politiche liberiste non distinguono quando si tratta di sfruttare. 
Solo la miseria nostrana, un individualismo da sconfitti, ci portano a cercare il nemico in chi è sotto, nel collega che ha un contratto temporaneamente migliore. Ed è su questo che bisogna insistere. Ma un intervento come questo, insufficiente rispetto a quello ci servirebbe non può dimenticare una persona. Si chiamava Abd Elsalam Ahmed Eldanf è morto investito da un tir che, a detta dei suoi compagni, cercava di forzare un picchetto di lavoratori in lotta in una azienda piacentina della logistica. Ha lasciato una moglie, 5 figli e un sindacato, l’Usb in cui militava. Impariamo a ricordarlo come un compagno, farebbe bene anche a noi, a cambiare il nostro modo di pensare e a pensare che nel forzare una frontiera o nel svolgere militanza sindacale nel conflitto c’è un elemento in comune. La voglia di lottare per cambiare lo stato di cose esistenti.

Stefano Galieni è un giornalista e un dirigente politico di Rifondazione Comunista. Attualmente ricopre l'incarico di responsabile nazionale del Prc per le politiche dell'immigrazione.

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