La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Renzy bai Rygnano

di Mario Donnini, per lo speciale di facciamosinistra! 
Gianluca Graciolini mi chiede tre cose che non sopporto di Renzi. Me ne viene solo una. Tutto. Niente di personale, non lo conosco, mai visto dal vivo, ignoro le sue grandi scelte interiori, neanche so come s’allaccia le scarpe o se predilige le cotolette ai sofficini. Semplicemente mi limito al Renzi percepito, che, come certi pomeriggi l’umidità, mi sa insopportabile. Renzi non argomenta, non fa sillogismi. Non mette in palio la qualità oggettiva del suo pensiero tramite passaggi logici corretti, dialetticamente verificabili e confutabili. No, Renzi non esprime mai alcun pensiero.
Parla per slogan, tormentoni a frasi, luoghi comuni pret a porter, che finisci col ripertere e fischiettare senza volerlo, quasi fosse la Mucca Carolina o Calimero su Carosello. 
La qualità non conta, ha solo voglia di colpire l’immaginario collettivo, di farsi strada come uno stracchino inutile ma trendy, sciapo ma indispensabile, un detersivo dannoso quanto lo sporco ma da avere perché l’ha detto la tivvù, col suo gerghetto da cartone animato sempre uguale, simpatico e rassicurante.
Renzi non può essere stupido e neanche intelligente. 
Rimane impresso, come lo spot di se stesso, punto. Questo solo conta.
È una stazione senza treni, una Leopolda autoriferita e sterile.
È contro rottami e gufi. Lui ci mette la faccia. Vuole un cambio di passo. Crede nelle eccellenze. Nella flessibilità. Nella ripartenza. Ci chiede ciò che chiede l’Europa. Odia sindacati e giudici. Adora potenti e impotenti, purché lo adorino. Ama i cambiamenti, a patto che cambi solo cìò che vuole lui. 
Ogni giorno vede segnali positivi, microdimostrazioni che siamo fuori ormai dal guado, che il peggio è passato, che possiamo guardare al futuro con rinnovata fiducia sperando in un domani migliore, perché l’attesa del piacere secondo lui è essa stessa piacere. Intanto comanda un partito che fondamentalmente odia, tanto quanto un papa ateo avrebbe noia e schifo del collegio cardinalizio e della messa cantata.
Renzi è il nulla. E la presenza di Renzi è uguale alla sua assenza.
Quando parla per ore alle folle non dicendo niente, si bea compiaciuto con la fissità dello sguardo sbalordito e il sorrisino di chi s’autoascolta domandandosi: «Neanche io so ciò che sto a dire eppure stanno abboccando tutti e li sto fottendo alla grande, quindi un po’ bravino devo essere pure io, no?».
Renzi in verità continua a essere ciò che è stato da piccolo, cioè un ex segretario provinciale della democrazia cristiana, tuttora democristiano, molto segretario e oltremodo provinciale.
Renzi alle Europee ha avuto un consenso superiore al 40%, che fino a oggi avevano avuto in questa penisola solo Giulio Cesare e Benito Mussolini, ma per il motivo opposto. 
Perché avere fiducia in uno come lui disimpegna, rilassa, non porta a nulla poiché non sporca, non consuma, non comporta niente. Come passare una domenica pomeriggio ai gonfiabili.
In fondo Renzi è uno dei giovani più vecchi del pianeta, una delle promesse più politicamente autosmentite, uno degli statisti più statici e stitici e il sinistro più destrorso del mondo. L’unico che dice le stesse farneticanti cazzate che sparava Berlusoni, ma in più le traduce in realtà, demolendo la dignità dei lavoratori e perfino dei disoccupati.
Ma, ecco, forse non vale neanche la pena di stare a parlare di lui, perché magari oltre il Renzi percepito non c’è niente, il vero Renzi non esiste e neanche è mai esistito, quindi smetto volentieri di ragionarci su.
Perché Renzi forse è solo la radiazione di fondo, il riverbero del selfie deformato che l’Italia vuota di oggi fa a se stessa, mettendo le labbra a ciucciabrodino e provando a sentirsi figa, ma col senso di colpa d’essere implacabilmente finta e cessa.
Sento il clic del suo smartphone e già rabbrividisco, immagino già la sua immagine postata e mi tolgo l’unica soddisfazione che politicamente mi resta in questa virtual reality sempre più a dimensione social.
Non gli metto neanche un like, non gli do l’amicizia e blocco per sempre Renzi Matteo.

Mario Donnini (Gualdo Tadino, 30 marzo 1965) è uno scrittore e giornalista italiano. Cura due rubriche fisse su Autosprint. Ha all'attivo 19 libri di cui 17 dedicati alle corse. 

L'articolo è riproducibile citando la fonte ed indicando il link.

Nessun commento:

Posta un commento

Nota. Solo i membri di questo blog possono postare un commento.