La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Ricostruire la sinistra: difficoltà e prospettive

di Alfonso Gianni, per lo speciale di facciamosinistra! 
L’ottimo risultato ottenuta dalla Linke nelle recenti elezioni a Berlino ha riportato le luci dei riflettori su questa organizzazione di sinistra d’alternativa. Al punto che più di un osservatore attento delle cose tedesche si è spinto a immaginare ciò che fino a poco fa era impensabile, ovvero un’alleanza di governo di sinistra, fra Linke e Spd, che spezzi la logica e la pratica della Grosse Koalition da tempo imperante in Germania e mandi all’opposizione nientemeno che la Merkel. Un quadro affascinante che cambierebbe il volto dell’intera Europa, ma su cui è forse ancora prematuro scommettere.
Quello che è certo è che la Linke, dopo un periodo di arretramenti, insuccessi, risultati elettorali altalenanti e addirittura un rischio di scissione fra “moderati” e “radicali”, è tornata a contare nella società e nella politica tedesca con un punto di forza proprio nella capitale. Non piccolo merito va a chi l’ha guidata in questi ultimi quattro anni: una diarchia formata da Katja Kipping (38 anni) e Bernd Riexinger (61 anni). Già questo rappresenta una novità non da poco nel panorama della sinistra europea. Non c’è più un unico leader, ma due persone di genere diverso che si assumono il compito di guidare il partito. Per di più di generazioni diverse, a dimostrazione che da solo il ringiovanimento anagrafico, per quanto sempre auspicabile, da solo non basta. In una recente intervista rilasciata al manifesto Katja Kipping afferma che il segreto del recupero di forza e consensi della Linke risiede nel fatto che quest’ultima “è un’organizzazione plurale in cui non si negano le differenze, ma si cerca di valorizzare i punti in comune: questo vale sia al nostro interno, sia nei confronti dei movimenti sociali, dei quali noi ci sentiamo organicamente parte”.
Da noi, nella slabbrata sinistra d’alternativa italiana, succede esattamente il contrario. Gli esempi sono molteplici. Forse ne basta uno: il fallimento del tavolo, alla cui costruzione ha lavorato con energia e convinzione, l’Altra Europa con Tsipras, che ha tentato di ricomporre una unità tra le varie forze che avevano dato vita alla lista che alle Europee, seppure di un soffio, riuscì a superare l’asticella che permise l’elezione di parlamentari europei. Fu un risultato modesto, ma avrebbe potuto rappresentare una potente controtendenza rispetto alla frammentazione se fosse stato seguito da atti coerenti e decisi. Non è stato così. Fin da subito si è reintrodotta la divisione nella scelta delle opzioni e quindi degli eletti. 
Ma ciò che è più grave è che la successiva discussione per l’avvio di un processo costituente di una forza di sinistra unitaria si è arenato e affossato di fronte a macigni tutt’altro che insuperabili. Come è noto la “grande divergenza” è stata attorno allo scioglimento preventivo delle forze che avrebbero dovuto dare vita al processo costituente. Invece di valorizzare il possibile punto comune si sono ingigantite le differenze, fino a farle diventare entità inconciliabili. Non mi interessa qui stabilire la classifica delle responsabilità, certamente non uguali per tutti, ma da cui nessuno è immune. Anche perché ci si è perduti nel classico bicchiere d’acqua. La soluzione era, ed è, semplice. Bastava, da un lato, che chi pretendeva lo scioglimento preventivo delle forze organizzate rinunciasse a questo proposito permettendo che il processo costituente potesse cominciare. Come dice la parola stessa questo avrebbe costituito da sé, lungo il suo percorso, l’esito finale che, se positivo, avrebbe per necessità logica prima ancora che politica, comportato lo scioglimento di tutti in una unica organizzazione che avrebbe poi stabilito le proprie regole di funzionamento, il rispetto e la valorizzazione delle diversità entro un ambito organizzato comune, capace di esprimere forza e massa critica. Dall’altro lato sarebbe bastato che chi nutriva dubbi sull’opportunità del proprio scioglimento – ritenendo di essere portatore di ideali e politiche non confondibili – avesse accettato di accantonarli, non ponendo la propria intangibilità come una pregiudiziale, accettando quindi di mettere in discussione la propria identità organizzativa, salvo ovviamente verifica sull’andamento del processo costituente. Una soluzione logica per tutti, mi pare, che di per sé non avrebbe garantito il successo finale del processo, ma certamente il suo avvio. Invece ora assisteremo a una stagione di congressi separati, francamente poco interessanti nelle loro premesse e del tutto incerti rispetto ai loro esiti.
Si dirà che quella che ho offerto è una lettura di parte di quanto è successo e di quanto invece avrebbe potuto succedere. Certamente lo è, ma almeno evita la solita trafila di giustificazionismi. C’è sempre una buona ragione per dire che non si è fatta una cosa. Quello che è difficile comprendere è che in ragione di un obiettivo superiore bisogna rinunciare, o quantomeno accantonare anche le buone ragioni, se di queste si tratta (del che è lecito dubitare).
Si dirà che la ricostruzione di una forza di sinistra dotata di pensiero e massa critica non può essere la risultante dell’accorpamento dei vari spezzoni esistenti, spesso risultato di precedenti scissioni. Verissimo. Ma poiché questi spezzoni, sempre più piccoli, se non rachitici, si cercano in occasione degli appuntamenti elettorali, e torneranno inevitabilmente a farlo, e poiché è poco credibile predicare l’unità nel vasto mondo se non si riesce neppure a farla nel cortile di casa, l’avvio di un processo costituente aperto dalle forze esistenti, ma non circoscritto ad esse, bensì fin dal suo inizio spalancato ai protagonisti dei movimenti e delle forze sociali, avrebbe rappresentato un primo passo, cui farne seguire altri più sostanziosi.
Si dirà che lo spazio per una forza di sinistra in Italia è oggi largamente precluso dalla esistenza del Movimento 5 stelle. Non lo credo, ma qui il discorso si fa più complicato, perché richiede un’analisi di fondo di quel raggruppamento, che da più parti si sta compiendo, ma senza che ancora si sia giunti a sintesi convincenti. I confini di quest’articolo non permettono di affrontare il tema in tutta la sua complessità. Ma qualche osservazione si può già fare. Il M5stelle va giudicato non solo per il suo gruppo dirigente, ma nel suo insieme. Se lo si fa appare difficile qualificarlo nel suo complesso come una forza populista di destra tout court. A parte l’inflazione del termine populismo, che spesso copre una difficoltà o una incomprensione analitica, mi pare abbastanza evidente che siamo di fronte ad una forza ibrida, ove, in alto, nel suo alto, prevalgono scelte e alleanze di destra, in basso, nel suo basso, una disponibilità seppure controversa verso tematiche chiaramente di sinistra. I suoi elementi di crisi, oramai assai evidenti nel governo delle città in particolare – si pensi al caso di Parma, ma anche a quello di Roma - sono il risultato di queste tensioni, non solamente di ingenuità dovute al carattere relativamente recente di questa formazione. Si tratta di crisi che spesso sfociano in microscissioni e non solo.
La domanda è allora: se esistesse una forza convincente della sinistra d’alternativa in campo, questa permetterebbe di intervenire positivamente in queste crisi, magari separando definitivamente il loglio dal grano e comunque mantenendo grandi parti di quell’organizzazione entro confini democratici? Più che una risposta positiva, la mia a questo punto è una scommessa, che però varrebbe la pena di fare. Altrimenti, se fossimo convinti che altro spazio non c’è se non il M5Stelle, tanto varrebbe attrezzarsi al più classico degli “entrismi” e non mi pare davvero questo il caso -, o, per converso, se pensassimo che questo è una forza interamente attribuibile per valori e soggettività al campo della destra, dovremmo ragionare nei termini della costruzione di una lotta di resistenza di lungo o lunghissimo periodo, in un quadro politico che vedrebbe il 95%, se non di più, delle forze in campo a noi del tutto ostili. Entrambe queste Scilla e Cariddi andrebbero invece evitate.
Che non sia facile è ovvio. Dopo il fallimento del tavolo, si è puntato sulla costruzione di liste alternative nelle elezioni amministrative, dove qualche significativo risultato si è raggiunto. Meno di quanto ci si poteva aspettare, ma quello che abbiamo ottenuto va coltivato con cura e intelligenza. Anche perché è utile terreno di sperimentazione del fare alternativa. Nello stesso tempo si è aperta la battaglia referendaria. Anche qui il bilancio è in chiaroscuro. Purtroppo la raccolta delle firme sull’Italicum, sul referendum costituzionale (che comunque si terrà), sulla scuola e sull’ambiente non sono state sufficienti. La sinergia tra elezioni amministrative e raccolta di firme non ha funzionato. Si è misurata sia la scarsa convinzione – per usare un eufemismo – di alcuni gruppi dirigenti rispetto alla portata strategica di questa battaglia; sia, in tutta la sua drammaticità, la restrizione e la caduta della militanza. Ovviamente tra l’una e l’altra cosa vi è uno stretto legame biunivoco di causa e effetto.
Tuttavia resta l’appuntamento del 4 dicembre. Cui è legata non solo la sorte del quadro politico italiano, ma, cosa ben più importante, gli assetti istituzionali di lungo periodo e quindi lo stesso modo di fare politica. Inoltre gli effetti di quanto succederà il 4 dicembre si faranno sentire non solo in Italia ma in Europa. Malgrado la sproporzione delle forze e dei mezzi in campo l’esito è incerto. Intanto sono sorti quasi seicento comitati territoriali unitari per il No, composti sia da militanti di vecchia data, come da cittadini che si impegnano per la prima volta in un simile scontro. Alcune organizzazioni, l’Anpi in primo luogo, hanno dimostrato sul campo una vitalità rinnovata e inaspettata, frutto dell’apertura delle iscrizioni ai giovani e a chi non è stato partigiano, avvenuta una decina di anni fa. Nel campo del Pd o da esso dominato sono apparse crepe profonde e interessanti di future evoluzioni. Il M5Stelle è impegnato a fondo in questa contesa. Il pronunciamento della Cgil per il No, rappresenta la definitiva sottolineatura che il più grande sindacato italiano è privo di qualunque partito politico di riferimento. Nel mondo cattolico qualche cosa torna a muoversi. Il nesso tra la difesa della Costituzione italiana e la lotta per un cambiamento dell’Europa e degli assi in essa dominanti di politica istituzionale, economica e sociale è fin troppo evidente. E’ forse troppo presto per tirare le fila, e certamente molto dipenderà dall’esito concreto del voto referendario, ma questa contesa sta ridisegnando profili e confini delle forze in campo e contribuisce a dire che la ricostruzione della sinistra può ripartire dal basso, rovesciando quei tavoli che hanno portato solo all’irrigidimento, nocivo quanto futile, delle rispettive identità.
Tanto più che analisi, proposte, linee di azione non mancano nel campo della sinistra d’alternativa, soprattutto se guardiamo allo scenario europeo e internazionale. Si tratta di portare questa riflessione, questa azione di pensiero entro un ambito comune, una unitaria organizzazione, che la sappia tradurre in azione pratica e incidente. Riunendo teoria e prassi, nuove idee e sperimentazioni pratiche nel tessuto sociale. Senza pensare di essere ciascuno di noi portatori di verità superiori o addirittura assolute. Una buona politica non cresce senza un confronto e un contrasto dialettici tra diversi punti di vista e questi devono avere la forza, se vogliono parlare al di fuori di essi, di convivere, superando mediocri protagonismi e gelosie di ceto politico. Nello stesso tempo una nuova forza politica non nasce senza l’incontro tra un pensiero alternativo e il protagonismo di nuovi soggetti e movimenti sociali.
Le vecchie divisioni di un tempo, fra rivoluzionari e riformisti sono davvero alle spalle, a causa dei profondi cambiamenti indotti da un capitalismo rivelatosi assai più dinamico di come era stato pensato da diversi. Oggi la stessa parola riformista è stata capovolta nel suo significato. Ma anche il termine rivoluzione, se non lo si sostanzia con una visione della società alternativa che si vuole costruire, e non si mettono in piedi già da subito elementi concreti che vanno in quella direzione, diventa pura retorica. Citando Rosa Luxemburg, abbiamo bisogno di portare avanti una politica “realista e rivoluzionaria”.

Alfonso Gianni è direttore della Fondazione Cercare Ancora. Più volte parlamentare con Pdup, PCI e Prc e già vice ministro allo sviluppo economico, è oggi fortemente impegnato nel Comitato nazionale per il No al Referendum costituzionale.

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1 commento:

  1. Questo articolo davvero illuminante, oltre che nel caso della sinistra in Italia, lo si puo benissimo utilizzare come punto di partenza per un confronto tra i vari spezzoni della sinistra in Croazia. E, spero, si riesca anche a giungere all'obiettivo comipune

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