La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

"Scienza" e crisi: la scelta dell'ignoranza. Gianluca Graciolini intervista Francesco Sylos Labini

 
Intervista a Francesco Sylos Labini di Gianluca Graciolini, per lo speciale di facciamosinistra! 
Gianluca Graciolini: Cosa può dirci la scienza sulla crisi. Questa è la domanda centrale che ti sei posto scrivendo Rischio e previsione, il libro da te recentemente pubblicato che sta spopolando nelle librerie, che può già vantare anche un'edizione in lingua inglese, il koinè dialektos dei nostri tempi, e che, come ebbi a scriverti qualche tempo fa, andrebbe distribuito obbligatoriamente in tutte le facoltà economiche d'Europa. In questo grande lavoro di demistificazione in cui ti sei cimentato sei riuscito a dimostrare il fallimento del mainstream economico ed hai scorticato la teoria neoclassica secondo cui il sistema, se lasciato liberamente in balia delle leggi di mercato e dei suoi spiriti ribelli, riesce sempre a trovare il suo equilibrio ottimale, stabile, presunto addirittura perfetto.
La grande crisi si è incaricata di smentire drammaticamente, a danno dei popoli e delle persone, questa metafisica deteriore che soprattutto nell'ultimo quarantennio si è autoproclamata scienza inoppugnabile ed è diventata il nucleo teorico ed ideologico centrale del progetto politico neoliberale. Allora: cosa ci ha detto la scienza della crisi. E cosa può dirci?
Francesco Sylos Labini: "Il fondamento della scienza è il suo metodo ed il suo scopo principale è quello di dotarci di un metodo, scientifico per l'appunto,  in grado di guidarci nella comprensione e nella scoperta di ciò che ci circonda. È proprio il metodo che è indispensabile a farci capire qual è la differenza tra scienza e pseudo-scienza: esso ci fornisce il discrimine tra le due. Uno dei punti fondamentali del mio libro è proprio la tesi secondo cui l'economia neoclassica sia una sorta di pseudoscienza. In troppi, tra i paladini del mainstream, si inalberano di fronte a questo mio assunto e replicano: ah, ma l'economia è una scienza sociale e poi noi usiamo i modelli matematici! Vero. L'economia è certamente una scienza sociale e su questo possiamo concordare. Diventa però una pseudoscienza quando si traveste da scienza dura, come può essere la fisica, ovvero quando deriva delle conclusioni da un apparente formalismo tecnico, scientifico e matemico che si rivelano un mondo di cartapesta basato su delle assunzioni che non hanno niente a che fare con la realtà. E dunque, da dove si riconosce che è una pseudoscienza? Se andiamo a guardare le previsioni che questa teoria ha elaborato e le andiamo a confrontare con la realtà, troviamo un grande scarto, ci imbattiamo in un evidentissimo fallimento. È un pò la differenza che passa tra l'astronomia e l'astrologia: entrambi si dedicano a descrivere il moto degli astri e dei pianeti. La prima lo fa attraverso dei calcoli precisi, con metodo scientifico e mediante l'osservazione strumentale. Così, per esempio, riesco a provare il moto o la posizione di un pianeta e a corroborare le previsioni che ho fatto sul fenomeno in base ad una determinata teoria fisica. 
Al contrario, l'astrologia può anche avvalersi di un linguaggio o di un formulario matematico, ma le sue previsioni sono sbagliate perché mai potrebbero essere corroborate da prove reali e da esperienza e perché mai potrebbero dar vita a leggi che descrivano la realtà. In questo senso l'astronomia è una scienza e l'astronomia no. "
Graciolini: Bell'esempio che mi fa venire in mente la nota frase del grande economista critico John Kenneth Galbraith: "l'unica funzione delle previsioni economiche è quella di far apparire rispettabile l'astrologia."
Sylos Labini: "Esattamente. Ed infatti lui non era mainstream e conosceva perfettamente i limiti della sua scienza. Nel libro che ho scritto ho cercato di confrontare le previsioni formulate dall'economia neoclassica e mainstream con quello che abbiamo vissuto e che vediamo nella realtà, a cominciare dalla grande crisi del 2008 che non è stata prevista da nessuno degli alfieri di quella teoria."
Graciolini: Qualche tempo fa, con il mondo intero che discuteva animatamente sulle ricette per uscire dalla crisi, con le politiche di austerità che si erano già rilevate del tutto fallimentari ed alla luce di gigantesche crepe teoriche che si erano aperte nel mainstream economico (ricordiamo l'errore clamoroso e le figuracce di Reinhart e Rogoff come, per restare dalle nostre parti, le vacue favolette di Alesina e Giavazzi), mi son trovato a fare un viaggio in autobus accanto ad una studentessa universitaria al secondo anno di economia, figlia di un mio amico. Incuriosito, le domandai cosa, di tutto il dibattito economico, politico e culturale corrente, si fosse affacciato nelle sue lezioni. Mi rispose incredula, come se parlassi arabo. Così, mi feci raccontare quale fosse il contenuto dei suoi corsi. Ebbene, sintetizzando: il debito pubblico è la causa della crisi che si risolve tagliando la spesa, liberando il mercato da lacci e lacciuoli, privatizzando tutto, assecondando il primato dell'impresa ed affidandosi alla legge della domanda e dell'offerta. Per il resto, studi tutti concentrati su problemi di microeconomia, esercitazioni statistiche, dominio nozionistico ed assoluto della matematica applicata alla finanza. Due battute: Antonio Gramsci, polemizzando con alcuni detrattori di Bucharin, ebbe a sostenere che la statistica si stava già rivelando ai suoi tempi pigrizia politica e programmatica; Fabrizio De Andrè ebbe un giorno a lamentarsi del rischio di fare dei giovani dei cinghiali laureati in matematica pura. In questa luce ti chiedo: come è stato possibile, per restare sul terreno delle dottrine economiche, che nel Paese di Piero Sraffa, dello stesso Luigi Einaudi (certo un liberale, ma uno che amava l'inchiesta sociale), di Federico Caffè, di Paolo Sylos Labini e di Augusto Graziani, l'Università, il mondo accademico e la trasmissione del sapere nell'alta formazione si siano potuti ridurre ad uno stato tale da espellere e da bandire dal proprio seno ogni barlume di pensiero critico, di approccio antidogmatico e di pluralismo? Chissà cosa ne penserebbero oggi di questa miseria pseudoscentifica epistemologi del calibro di Karl Popper, di Thomas Kuhn o di Paul Feyerabend?
Sylos Labini: "Io penso che uno dei problemi fondamentali cui ci ha portato l'affermazione di questa pseudoscienza sia il totalitarismo dogmatico, derivante dalla surrettizia trasformazione del problema economico in un problema falsamente matematico e fondato sulla depoliticizzazione dell'economia. L'arrogante presunzione di trovare soluzioni a questioni di natura economico-politica relative alla vita dell'uomo e delle società con le loro complessità e con le loro mutevoli varietà, attraverso formule tecniche e matematiche è solo furore ideologico. Ogni possibile alternativa viene eliminata a priori. Siamo a metà tra una dottrina religiosa che condanna all'anatema gli infedeli e il dogma assoluto tipico di un regime totalitario dove i dissidenti vengono banditi." 
Graciolini: In uno degli interventi di questo speciale di facciamosinistra!, il professor Guglielmo Forges Davanzati interviene sul lungo processo di definanziamento all'Università ed alla ricerca, replicando a Cantone secondo cui il problema dell'organizzazione accademica è tutto e solo da ricondurre alla corruzione e alla mancanza di trasparenza nei processi di reclutamento. Nel tuo libro hai preso di petto la questione, sottoponendo a critica sferzante il dogma di una politica che mira a premiare le presunte eccellenze, nel mentre taglia la carne viva della ricerca di base. È un po il tema di questi giorni, con Renzi che bada alla scienza spettacolo di Human Technopole, riduce ad un talent show il sostegno alla ricerca, nel mentre si assiste ad una falcidia dei dottorati, al definanziamento progressivo e micidiale delle attività di base, al dilagare della precarietà e al ritorno ad un'Università di classe, attraverso l'abbattimento delle borse di studio e l'ingerenza sempre più tossica dei grandi centri finanziari e dei poteri economici come Confindustria, giunti ormai ad intervenire nella stessa gestione corrente dei nostri atenei. A questo proposito, la storia del pensiero scientifico si sarebbe incaricata di darci la via migliore. Louis Pasteur, il fondatore della moderna microbiologia, uno scienziato vero che attraverso i suo lavoro contribuì a cambiare il mondo ebbe a dire: “Non c’è ricerca applicata, ci sono solo applicazioni della ricerca fondamentale”. Cosa hai da dirci in merito? 
Sylos Labini: "Siamo di fronte ad una grande retorica costruita ad hoc per destinare ai soliti noti risorse e finanziamenti. Tutte le scelte vengono compiute, con la scusa dell'eccellenza e del merito, a questo fine e per cambiare completamente la missione istituzionale dell'Università. 
In Italia è venuta meno una domanda di personale con istruzione superiore avanzata. Se c'è stato un tempo in cui l'impresa italiana riusciva ad essere competitiva sul piano internazionale nel campo dell'alta tecnologia e dell'innovazione, oggi essa ha perso ogni velleità e quel tipo di personale non le serve più. Da qui discende che l'impresa vuole solo i soldi dei finanziamenti pubblici. Non le serve altro, non le serve avere un centro all'avanguardia, non sa più che farsene. Questo è il problema che sta dietro a Human Technopole: l'intento è solo quello di trasferire soldi dallo Stato nelle tasche delle imprese, come ad esempio quelle farmaceutiche. Al limite possono avere la necessità di fare un pò di sperimentazione e così hanno bisogno di qualche giovane con un minimo di conoscenza che per sei mesi o un anno,  a quattro soldi, faccia qualcosa in questo ambito. 
Il senso vero delle parole di Louis Pasteur è invece il contrario di questo andazzo: non esiste la ricerca fondamentale e la ricerca applicata. Esiste solo la ricerca fatta bene e lo Stato dovrebbe preoccuparsi di creare le migliori condizioni affinché la ricerca scientifica fatta bene riesca poi a svilupparsi in tecnologie e conoscenze applicate." 
Graciolini: Nella parte finale del tuo libro discuti l’importanza del ruolo pubblico nell’economia, nella ricerca e nell’innovazione. Al di là del “mitologico garage di Steve Jobs” e delle fiabesche start up, la storia delle compagini statali ed i dati economici correnti confermano che la rivoluzione tecnologica non sarebbe mai stata possibile senza gli investimenti pubblici nella ricerca. Basta pensare ai miliardi e miliardi di dollari ad essa destinati dalle amministrazioni Usa fin dagli anni 50 ed alle evidenti, gigantesche messi raccolte in conseguenza di quella politica. Una tesi che è stata di recente sostenuta con forza e ricchezza di fonti ed argomentazioni critiche anche da Mariana Mazzucato nel suo bestseller Lo Stato Innovatore. Lei è stata chiamata da Jeremy Corbyn nel Think tank chiamato a sviluppare il programma di governo del Labour. Tu, in Italia, per approfondire una questione così cruciale di politica industriale, probabilmente non hai neanche ricevuto una telefonata di invito per un'audizione parlamentare delle Commissioni preposte o per un più semplice convegno in qualche tavola rotonda di decisori politici. Siamo di fronte ad un paradosso: in Italia si taglia la ricerca pubblica, si finanzia la privata socializzando il rischio e si procede alla privatizzazione dei profitti derivanti dalle scoperte utilizzate per la commercializzazione. Anche la legge di stabilità di questi giorni prosegue lungo questa china. Non è così? 
Sylos Labini: "È sicuramente così. Siamo di fronte ad un politica e ad un governo che hanno perso  il ruolo di garantire l'interesse generale ed hanno completamente smarrito il senso di bene pubblico e comune. Anziché prendere le decisioni più adatte a tutelare il bene di tutti, si mettono ad assecondare esclusivamente gli interessi particolari. Di chi sono questi interessi? È facile rispondere: follow the money! Guarda dove vanno i soldi. Altro che disquisizioni su democrazia ed oligarchia. La parola giusta per definire la situazione in cui ci troviamo è cleptocrazia. È un sistema predatorio con un governo che fa delle politiche ad esclusivo vantaggio di pochi e precisi soggetti."
Graciolini: Un'ultima riflessione. In apertura della grande stagione illuminista che diede origine al mondo che ancora viviamo, all'affermazione dei progressi democratici e all'incedere del pensiero scientifico moderno, Denis Diderot ebbe ad esclamare Hatons-nous de rendre la filosofie populaire? Tradotto suona così: che cosa aspettiamo a rendere la filosofia popolare? Una massima che costituiva un programma ed in effetti fu il programma in cui lui e gli altri si cimentarono nella stesura dell'Enciclopedie e che la Rivoluzione francese si incaricò, nei fatti, di realizzare sul piano politico, economico e sociale. Quella massima era nota a Carlo Marx e può rappresentare un compendio anticipato della sua filosofia della praxis, della sua critica dell'economia politica e di quella grande molla della storia che fu il Manifesto, il quale fornì alle masse di sfruttati la filosofia popolare di base ad uso della loro grande lotta e le rese protagoniste dela Storia. Oggi siamo ad un tornante storico in cui si sente sempre più il bisogno di una nuova visione liberatrice, per abbattere le grandi disuguaglianze del nostro tempo. Un tempo di crisi e "la crisi, come diceva Gramsci, è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere". È difficile dunque azzardare ipotesi e vie per un nuovo cammino di lotta e di liberazione, per tornare a rendere la filosofia popolare contro l'oscurantismo cui ci vorrebbero condannare, soprattutto quando il nemico è così potente, sfuggente, e si chiama finanza globale. Ma una domanda si pone d'obbligo: cosa possiamo fare, qui, oggi, in Italia ed in Europa, per resistere contro quelle classi dirigenti economiche, politiche e del mainstream culturale che, per noi e a nostro abbrutimento, hanno scelto l'ignoranza?
Sylos Labini: "Ci dobbiamo dare da fare perché, come diceva Margaret Thatcher, non ci sono pasti gratis. Non ci sarà alcuna concessione, nessun allentamento delle politiche che hanno generato crisi e disuguaglianze e che ci hanno portato dove siamo. I poteri dominanti continueranno a fare di tutto pur di conservare ed accrescere la loro rendita predatoria. Serve un nuovo conflitto, una nuova resistenza, una nuova tensione nella società. I giovani, innanzitutto, si ribellino a questo stato di cose e si vadano a riprendere diritti e futuro. Noi saremo con loro."

Francesco Sylos Labini è un Fisico teorico. Si occupa di problemi tra l’astrofisica e la fisica dei sistemi complessi. È il fondatore e redattore del sito Return on Academic Research dedicato alla discussione di temi della politica dell’università e della ricerca e contribuisce ad altri blog in Italia e all’estero. Ė autore di diversi saggi l’ultimo dei quali è Previsioni e Rischio: cosa ci dice la scienza sulla crisi (Laterza 2016) tradotto in inglese in Science and the Economic Crisis: impact on science, lessons from science (Springer 2016). Scrive regolarmente su Il Fatto Quotidiano dove cura il suo blog personale.

L'articolo è riproducibile citando la fonte ed indicando il link.

1 commento:

  1. Caro Francesco sono in gran parte d'accordo.

    Scrissi cose in qualche modo coerenti con quanto dici

    in Pagano U. (2003)

    L’Economia delle Istituzioni e le Istituzioni della Scienza Economica. Economia Politica, Gennaio 2003.

    Tuttavia mi sembra che questo dominio dell'approccio che descrivi vale soprattutto per l'Italia e in particolare a quanto in Italia è passato via Corriere della Sera. A livello internazionale le cose sono molto più variegate e ci si può definire economisti senza sentirsi necessariamente degli astrologi......

    Ugo Pagano

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