La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Sinistra e comunicazione nell'era della rivoluzione digitale

di Fabio Sebastiani, per lo speciale di facciamosinistra! 
La globalizzazione, l’apertura di sempre nuovi fronti di conflitto, il confronto più ravvicinato tra culture mai nella storia così a contatto, la stessa velocità di cambiamento degli scenari istituzionali e politici, fino all’utilizzo dell’informazione e della comunicazione come momento “performativo” dell’opinione pubblica, con chiaro intento manipolatorio da parte della politica, stanno portando la decodificazione dell’informazione verso sfide nuove. Se da una parte l’approccio all’informazione è reso più facilitato a causa dei progressi tecnologici dei canali, dall’altra i contenuti rischiano una opacità strutturale.
La decodificazione dell’informazione non può più essere lasciata alla buona volontà o alla presa di coscienza del singolo individuo, soprattutto quando ad essere interessate sono le giovani generazioni che più hanno bisogno di approdi al pensiero critico.
Il continuo scomporsi e ricomporsi delle filiere dell’appartenenza politica e sociale e, parallelamente, l’isolamento tipico dell’individuo rispetto al “gigantismo” del mondo, e delle problematiche che questo presenta,soprattutto in relazione all’immiserimento delle culture di riferimento, costringono il sapere critico a una nuova e paziente opera di “distruzione/costruzione” dei segni e dei simboli. Un’opera necessaria se non si vuole correre il rischio di essere sommersi dalla quantità di informazione che ci viene propinata o, peggio, se non si vuole ricadere in una sorta di moderno analfabetismo a causa della velocità stessa dell’informazione che non permette la fissazione dei contenuti rilevanti e pertinenti, e quindi non permette appropriazione alcuna.
I media mainstream, quelli italiani nel 99% dei casi, rappresentano plasticamente quello che Noam Chomsky chiama «la fabbrica del consenso» e vivono in osmosi con il mondo politico e le classi dirigenti in una sorta di patto luciferino. Per compiere il loro lavoro di squadrismo mediatico (basti pensare a quello che hanno fatto con i movimenti, a Genova, con i NoTav o, allargando il campo, con la sistematica diffamazione dei governi progressisti latinoamericani) tentano di demonizzare sistematicamente personaggi, movimenti, sistemi culturali,anche tesi scientifiche e correnti di pensiero.
Quello che i media passano ormai da anni non è più informazione ma quando non è spettacolo siamo ormai nella pura attività di rassicurazione e conferma di se stessi. E questo in un momento storico senza precedenti in cui proprio la coscienza critica degli individui non solo sembra del tutto sprovvista di strumenti e modalità grazie al fatto che l’eredità della memoria storica è mediata dalla sua rappresentazione e non dalla comunicazione diretta tra settori di classe e tra generazioni, ma la semplice idea della finalizzazione verso il cambiamento, seppure moderato, appare del tutto espunta dalla storia.
Questo ha delle conseguenze grandissime in ambito politico che sarebbe troppo lungo approfondire in questa sede. Certo, possiamo affermare che il sistema informativo nel suo complesso dalla disinformatia degli anni sessanta e settanta è passato all’informazione del potere, sotto varie forme e con tecniche molto avanzate, fino al framing subliminale durante la campagna elettorale o in frangenti importanti della vita politica di un paese. 
Il pensiero politico critico è in netto ritardo e non riesce ad elaborare un proprio modello di risposta né riesce a trovare una sua dimensione nelle varie pieghe della multimedialità e nella multimedialità nel suo complesso. Improvvisamente, la platea di internet appare del tutto sconfinata per una soggettività politica che pure era nata e cresciuta sui concetti di “massa” e di “popolo”.
Il meccanismo di controllo delle coscienze attraverso l’informazione fa perno su un meccanismo molto ben conosciuto nella filosofia del linguaggio. Un meccanismo in base al quale l’area si significato coperta da un significante varia da una cultura all’altra e da un sistema di relazioni omogeneo all’altro. Banalmente, l’idea di rosso coperta dalla parola “red” in inglese non è la stessa della parola “rosso” in italiano. Eppure le due parole si equivalgono. Posso fornire una informazione “oggettiva” senza dover spiegare ogni volta quali sono i limiti di significazione. Dove è l’inghippo?
Come non manca mai di sottolineare Eugenio Scalfari, l’oggettività nell’informazione consiste nel consegnare al lettore un articolo che abbia sì in sé ifatti, innanzitutto, senza omissioni importanti e con la maggiore completezza possibile, e la chiave, rigorosamente dichiarata, per interpretarli. Il punto è che il mainstream tende a questo soprattutto con tecniche subliminali e, contemporaneamente, avendo ben presente che l’obiettivo non è proporre la massa di informazioni a cui in più punti può anche capire di collimare con la mitica “oggettività”, ma una “figura” per interpretarla tutta.
Ciò che avviene ogni giorno, quindi, nella “comunicazione” del potere è uno spostamento sottile e continuo dei perimetri di significazione che via via possono essere tutti rappresentati con il linguaggio binario dei frame: buono/cattivo, leggero/pesante, etc.
Dentro questo perimetro ciò che vale è il gioco delle gerarchie e delle focalizzazioni. Gerarchie e focalizzazioni sono alla base del giornalismo moderno che fondamentalmente resta un giornalismo oberato dal peso della propria potenza e quindi con il problema di accedere a un livello di “trasmissione” che migri dai contenuti alle “grammatiche” per metterli insieme. Grammatiche le cui chiavi di accesso, e tecniche di utilizzo, sono rigorosamente in mano al potere
Il paradosso dell’informazione oggettiva: da una parte si continua a porre, a parole, il valore stellare di una informazione oggettiva quando nella realtà viene negata almeno sui due fronti: sia per quanto riguarda i centri della produzione dei contenuti che rifuggono dall’oggettività, preferendo concentrarsi sulla cornice, ovvero lo stile e i messaggi, la rassicurazione degli utenti, la rappresentazione-weltanschauung di fronte a un modo di produzione che li costringe a delle scelte drastiche rispetto ai contenuti; sia per quanto riguarda il pubblico stesso che non chiede più informazione oggettiva ma, interpretando l’informazione come merce, chiede a questa rassicurazione rispetto a un mondo percepito come ostile e complesso. Messa così non c’è più alcuno spazio per l’informazione oggettiva critica e autentica. Informazione oggettiva che, si badi bene, farebbe molto bene in questo momento, al pensiero antagonista e non allineato. Basta guardare cosa sta accadendo, per esempio, con le letture della crisi economica. Se ci pensiamo, uno dei migliori goals dell’informazione, e tanto più dell’informazione, è riuscire a trasmettere in una sola soluzione il contenuto del messaggio e le chiavi per l’interpretazione.
Su questo terreno l’informazione militante parte svantaggiata. Purtroppo decenni di consolidamento di un modello verticale (dall’emittente-partito al popolo) hanno lasciato fuori dalla percezione il fatto che nell’atto linguistico, qualsiasi esso sia, tra due comunicanti ciò che l’atto non dice è proprio il perimetro della condivisione. Questo è fondamentale, ed è venuto definitivamente allo scoperto proprio con l’orizzontalizzazione dell’informazione, tipica di internet, che ha portato ad una rivoluzione senza precedenti dell’atto linguistico stesso. E’ proprio chi lavora sulla “condivisione nascosta” che ha più possibilità di portare a segno il contenuto del proprio messaggio. Da questo punto di vista l’orizzontalità di internet ha messo in campo un grande patrimonio di opportunità. Ma queste opportunità vanno praticate, perché non si può non pensare che intanto la decadenza commerciale della rete non rubi spazio e consistenza al modello di libertà illimitata che questa ha connaturata. C’è una lotta di classe anche lì. Ed è una lotta tra chi continua a formalizzare schemi, procedure e linguaggi torcendoli al profitto e chi crede in un uso libero e liberatorio della rete. Benedetto Vecchi, giornalista esperto di queste questioni, formula così questo pregio della rete. “La rete agisce quindi come un contropotere che può dare vita a forme di mobilitazione e di organizzazione politica autonoma, laddove riesce ad annullare quella convenzione sociale che stabilisce un confine netto tra la Rete (il virtuale) e il Reale. In altri termini,la Rete diventa un potente strumento comunicativo quando stabilisce legami con le reti sociali presenti nelle strade”. Per estensione, e grazie anche alla importante lezione di Manuel Castells, stabilire legami è importante innanzitutto tra reti, nel tentativo di fare più egemonia possibile prima di trasferirsi, come dice Vecchi, in strada.
Il punto è che questo concetto è stato perfettamente inteso anche dall’imperialismo, variamente coniugato, che intanto ha preso un forte vantaggio proprio sul terreno della praticabilità informativa e comunicativa appropriandosi di reti, big data e contenuti strategici. Chi prima arriva prima crea “icone” e chi crea icone ha più possibilità di offrire “termini di paragone” e “grammatiche” per decodificare la marea di informazione che si trova in rete e fare passi in avanti nella conquista di audience e nella valorizzazione dell’informazione.
Come sottolinea Castells, il modello messo in campo da internet è un modello basato sull’autocomunicazione. A definire cosa è il modello di auto comunicazione ci si arriva partendo dalla teoria degli insiemi, per la rilevanza che ha nello spiegare come il “gesto comunicativo” da una corrispondenza “uno-molti” è passato a “molti-molti”. Questo ha segnato non solo la coppia “verticale/orizzontale” spostandola decisamente verso il secondo termine, ma ha anche determinato una modifica sostanziale della procedura comunicativa che prima, possiamo dire, avveniva “ a freddo” cioè in un ambito che era pur sempre di riflessione, ed ora coinvolge di più la sfera emotiva.
Di fronte alla “fabbrica del consenso” che in questo momento si è appropriata del sistema mediatico e aggredisce, diffama, schiaccia chi tocca i loro privilegi e chi penetra i loro meccanismi per renderlo in condizione di non nuocere, il movimento antagonista deve trovare una sua dimensione, anzi è obbligato. Se l’informazione ufficiale diventa performazione, se non proprio “difformazione”, allora chi si trova dalla parte dei “lettori” o degli stakeholders non può rimanere fermo nel gioco molto più raffinato che in epoca precedente della disinformatia.
Un mondo che tende ad “autorappresentarsi” come sembra quello odierno, e una pratica davvero eccessiva del copia-incolla, senza contare lo strapotere degli “uffici stampa”, ovvero di coloro che dovrebbero essere sul lato della “comunicazione” e non dell’informazione, mettono in crisi la vecchia idea di giornalismo. Sta a noi capire cosa accade oggi, in un periodo di completa rivoluzione, per salvare quello che riteniamo più opportuno, e per non rendere questo sistema del tutto “androide”.
L’autorappresentazione del mondo è un concetto da usare in modo tendenziale. Ovvero, se da una parte le moderne tecnologie e la moltiplicazione della funzione “autoriale” in modo così diffuso e pervasivo apre l’epoca dell’autorappresentazione, dall’altra è pur vero che la figura del “mediatore” nei flussi di informazione, torna di nuovo d’attualità. E questo perché, oltre a non essere mai definitivamente tramontata comunque si arricchisce di nuove funzioni quali la capacità di scelta e di proposta laddove è fin troppo manifesta la capacità dei lettori di assorbire la gran massa di informazioni che deriva proprio dall’esplosione dell’autorappresentazione.
Il problema della “fabbrica del consenso” è sempre esistito. E di volta in volta i movimenti hanno elaborato una diversa strategia in grado di rispondere colpo su colpo. Ma è chiaro che la risposta colpo su colpo è già di per sé una sconfitta o, comunque, un terreno ostile per i movimenti. La crisi della stampa di sinistra, che si è acutizzata proprio in questi anni lo dimostra chiaramente. Ovviamente non è questo il luogo per approfondire le ragioni di questa crisi. E’ importante tuttavia tentare di fissare le cause interne al sistema dell’informazione stesso, al modo di produzione, rispetto al quale la sinistra ha sempre dimostrato una scarsa ‘potenza di fuoco’; e anche rispetto agli strumenti propri, quali l’uso delle tecnologie, dei meccanismi narrativi, dei linguaggi e dei generi. Per esempio, aver attribuito alla televisione una funzione meramente “di completamento” rispetto alla carta stampata è stato un errore fondamentale. Non si è capito per esempio che era proprio nella televisione che passavano più che i messaggi, le grammatiche attraverso cui interpretarli, e quindi gli stili di vita e i valori. La televisione di Berlusconi aveva capito che l’importante non erano i contenuti ma la cornice, per farla breve. Dove per cornice intendiamo tutto ciò che fa da corredo al contenuto proprio. Una cornice di agire addirittura subliminamente. Chiaro il concetto? Notate qui questa importanza delle grammatiche e del contesto. Questa impostazione per poter essere demolita ha dovuto subire la rivoluzione tecnologica di internet. Internet ha proseguito sì lungo il modello televisivo, basato sulla cornice, tanto per semplificare, solo che ha moltiplicato i centri di emissione spodestando di fatto il monopolio. E’ da qui che sono nate le “Reti di Fiducia”.
Le “reti di fiducia” dei cittadini organizzati, in grado di agire contemporaneamente da recettori critici d’informazione e diffusori, sono già oggi un potere altrettanto grande. Le reti di fiducia sono solo in parte spontanee. Generalmente nascono su un “senso” o su una “grammatica”. Senso e grammatica possono essere generati da fatti, anche virtuali, condivisi, valori, esperienze che siano però in relazione con una rete, una narrazione virtuale, identità organizzativa. Rispetto a tutti questi elementi il limite tra reale e virtuale non è mai netto. Diciamo che molto dipende dalla tipologia dell’esperienza fondativa della rete di fiducia. Tra reale e virtuale c’è sempre una dialettica molto stretta, però. L’azione in rete è basata sulla contemporaneità, o quasi, e sulla capacità di saper diffondere in un’unica soluzione “senso” e “significato”. Nel caso dei cittadini il senso fondamentale è già in qualche modo stabilito. Grillo, per esempio, ha utilizzato due chiavi: la condizione di essere un internauta e il rifiuto della politica tradizionale. Si è trattato di due elementi di senso potentissimi che di fatto hanno creato le premesse dello tsunami politico. La contemporaneità serve a fornire il senso più forte di tutti, ovvero il contesto. Chi è in grado di inserirsi nel contesto con una news vince la sfida dell’informazione. Nella platea sterminata dell’orizzontalità avvengono migliaia di battaglie di questo genere al giorno. Battaglie che riflettono però la disarticolazione naturale della rete e che la pratica antagonista dovrebbe cercare di rendere continua e strutturata.
Qualche parola, infine, su comunicazione e informazione, che è uno dei nodi più importanti del ragionamento complessivo e serve ad introdurci a una riflessione su quali compiti aspettano la sinistra antagonista. 
Definiamo, quasi per convenzione, perché le varianti sono davvero tante e quasi impossibili da documentare, che comunicazione è il flusso dei contenuti che muove dal soggetto a prescindere quasi dal destinatario su fatti che riguardano il soggetto stesso, mentre l’informazione è il contenuto trasmesso da un soggetto terzo tra il soggetto di cui sopra e il destinatario.
La triangolazione tra “fatto”, “osservatore” e “ricevente” era perfetta e già scritta nella struttura del mondo, ovvero nelle tecnologie a disposizione e nel patrimonio culturale con il quale venivano approcciate. E solo l’osservatore, quello che poi diventerà il giornalista, era in grado di “chiudere il perimetro” di questo triangolo. Egli sfruttava la naturale distanza tra un vertice e l’altro: il fatto da una parte e il lettore dalla parte diametralmente opposta. Questo è in sostanza lo schema che ci ha accompagnato fino ad oggi. E che ha fatto la fortuna dei giornalisti. E’ chiaro che in un mondo tendenzialmente “auto-rappresentativo” la figura del “terzo” tende ad offuscarsi e comunque a ridurre fortemente il suo grado di esclusività.
Anche il sindacalista, mediattivista, e rappresentante sindacale, si muove sempre nella dialettica tra informazione e comunicazione. E il web ha finito per rendere diciamo più complicata questa dialettica, ma non impossibile da dipanare nell’ottica dello sviluppa di una presenza antagonista nel web. Il web può aiutare sia la comunicazione che l’informazione: sia la relazione che il sindacalista ha come terminale di un logo comunicativo, il sindacato di appartenenza, che il suo ruolo nella sua comunità di riferimento sul posto di lavoro. Certo alla seconda funzione offre più opportunità perché oggi la rete è proprio sull’informazione che sta riorganizzando la maggioranza dei flussi. Diciamo che la comunicazione, prevedendo una fonte ufficiale vede aumentare la “potenza di fuoco” dei flussi; mentre l’informazione prima di aumentare la sua potenza di fuoco dal web riceve un salto qualitativo prima inimmaginabile. Il sindacalista mediattivista può rimanere stritolato se non trova un giusto equilibrio tra “organizzazione” e “comunità”. Può vivere una crisi di schizofrenia che, credo, a questo punto non è né nell’interesse dell’organizzazione, che non trova spendibilità del suo logo nel flusso della rete, sia della comunità che verrebbe a privarsi di un leader e di un discreto accumulatore di conoscenze e saperi. Ovviamente parliamo del sindacalista come figura esemplare, ma per estensione il ragionamento vale per qualsiasi figura di impegno sociale, politico e civile.
Il potere di organizzare senza costruire organizzazione. Questo assioma della rete può rappresentare un ottimo spunto di riflessione soprattutto per chi cerca una transizione proprio a partire da una forma organizzativa definita e stabilizzata, almeno per quel che riguarda l’informazione verso i lavoratori.
Innanzitutto va creata la “Rete di fiducia”. Questo è un passo di una difficoltà estrema perché comporta una buona dose di rivoluzione interna. Si dà troppo per scontato, infatti, che l’appartenenza ad una stessa organizzazione sindacale, o la condivisione di una stessa condizione di lavoro, crei di per sé una “rete di fiducia”. Niente di più sbagliato. Se ciò è debole nella realtà dell’azione sindacale, in Rete diventa un presupposto inutilizzabile.
La “Rete di fiducia” va quindi costruita da zero e per aggregazioni successive ma dentro un contesto operativo in cui si deve tener conto che la rete vive di relazioni e compito di ciascun nodo è alimentare quelle relazioni. L’appartenenza al sindacato è solo un pretesto, diciamo la più forte delle condivisioni ma non esaurisce la complessità che la tiene unita. Questo ci rimanda direttamente a quella analiticità di cui parlavamo prima e che comporta una plasticità degli strumenti da utilizzare. La Rete offre molti strumenti e ognuno va utilizzato secondo la propria specificità. Non si può dare avvio alla costruzione di nessuna rete di fiducia se prima non si ha a disposizione una “Rete operativa” che sia formata da varie opzioni. Tipi di opzioni sono il sito, il profilo facebook, più profili face book che interagiscono tra loro, pagine e profili civetta, blog, canali youtube. Cioè ragionando per cerchi concentrici la “Rete operativa” è il nucleo centrale che produce propaggini che hanno via via un legame sempre più debole e indiretto con il centro.
Le organizzazioni politiche e sindacali di solito investono nella costruzione di una sua precisa identità in rete e non nel trovare una modalità dello stare in rete. Da questo punto di vista sono del tutto equivalenti alle aziende. Anzi, le aziende, avendo più mezzi, sono in grado di piegare il modello “verticale” alle loro esigenze.
Questo è un passaggio che prima o poi tutte le organizzazioni politiche e sindacali dovranno affrontare. In Rete ci sei per quello che fai e non per quello che sei. E’ per questo, per esempio, che non si può pensare di svolgere tutto attraverso un sito ufficiale. Innanzitutto perché un sito ufficiale è fortissimamente statico (e non potrebbe essere altrimenti); secondo, perché l’identità, pur dovendo rispondere al principio della coerenza, va studiata in relazione al ruolo che si vuole interpretare e agli obiettivi che si vogliono ottenere. Attenzione, il punto non è che una organizzazioni non deve più avere una veste ufficiale e quindi essenzialmente comunicativa. Sto dicendo che questa da sola non basta. Che occorre cominciare a lavorare a tutta una serie di strumenti di lavoro utili a preparare il terreno per le campagne virali. 
L’attività virale è l’insieme delle azioni che si fanno in Rete per fare in modo che un qualsiasi contenuto o una precisa identità venga propagata e possa trovare sempre nuovi lettori. L’attività virale è composta da una serie di “istruzioni tecniche” che devono essere svolte dalla “Rete operativa”. Le istruzioni tecniche possono essere divise in istruzioni di base mentre altre possono essere apprese attraverso l’esperienza e l’aggiornamento. Altre, considerata l’estrema plasticità della Rete, possono essere addirittura inventate. Un modo per inventare potrebbe essere quello di "creare i luoghi web" in cui far discutere e far entrare in relazione i vari utenti. Cioè, l'azione virale in questo caso si esplica oltre la stessa dimensione della creazione di contenuti.
E dentro la parola “contesto” possiamo trovarci di tutto. Dal “senso comune” alla “psicologia collettiva”, dalla “fase istituzionale” alla “fiducia dei consumatori”. Il risultato non è mai scontato. La storia del giornalismo è piena di notizie apparentemente di scarso interesse, che poi invece hanno scatenato reazioni a catena del tutto incontrollabili, sia nel mass media system che in altri ambiti come quello politico e sociale.
Purtroppo è proprio la pratica del newsmaking, ovvero le routines produttive del mass media system, che rendono notizia un qualunque avvenimento, l’argomento che ostacola questa presa di coscienza, inquinando di fatto tutta la filiera. L’invadenza del newsmaking, sostanzialmente, ha fatto perdere di vista le caratteristiche genuine di un fatto, e della relativa notizia che lo riporta. E’ il newsmaking il principale responsabile della “non-notizia” o della pseudo notizia che inquadra pseudo eventi. Uno pseudo evento tipico del mass media system è il commento di un fatto o, peggio, il commento di una dichiarazione, e il commento di un commento. Entriamo a poco a poco in un vortice in cui, ma questo è un argomento che riprenderemo più avanti, il reale potere sull’informazione passa di fatto agli uffici stampa. Cioè, l’informazione torna ad essere comunicazione, o quantomeno ad essere dominata da questa. Lo stesso McLuhan sottolineò come sono le fonti esterne a determinare con maggior forza la selezione delle notizie.
Sul grande tema della notiziabilità da qualche tempo la politica ha introdotto le sue modalità di intervento. Modalità che hanno contaminato anche l’informazione, “sporcandolo”. Di cosa si tratta? Parliamo dei cosiddetti frame. C’è una definizione tecnica di frame che riguarda più che altro la psicologia linguistica. A noi basta sapere che “frame” è l’unità minima di significazione con la quale tentiamo di decrittare la realtà. La ricerca dei frame nasce dall’esigenza di capire in anticipo l’orientamento degli “elettori/lettori”. Lo strumento più importante è stato da sempre il sondaggio. E negli anni le numerose “prove” effettuate hanno permesso di capire, isolandoli, esattamente come si fa con gli agenti patogeni, quali sono i frame determinanti, quelli che orientano le scelte in un determinato momento. Ovviamente non ci troviamo di fronte a una scienza esatta, altrimenti ci troveremmo di fronte a un dittatura. Tutto è molto mutevole. Se da una parte si conoscono i frame, dall’altra non si conoscono perfettamente le circostanze in cui questi vengono attivati. Certo, la pubblicità dimostra che si può provare a condizionare il pubblico ad attivare alcuni frame piuttosto che altri, in realtà il risultato non è mai scontato. E l’impiego delle risorse a volte è così impegnativo da indurre alla rinuncia.
Perché la ricerca dei frames dovrebbe interessare il mercato dell’informazione, esattamente come quello della politica? Il motivo riguarda sempre l’utilizzo delle risorse, umane e tecniche, e il risparmio sui costi. In sostanza, sapere prima l’orientamento del pubblico permette di attrezzare con largo anticipo e senza rischi la “linea di produzione” dell’informazione. Permette criteri più stringenti di scelta. E quindi una maggiore velocità di esecuzione. Alla velocità con la quale sta viaggiando l’informazione non si tratta di fattori secondari.
La notizia assume sempre più un assetto che in qualche modo è costruito prima, “in laboratorio”. Inoltre, permette di avere una migliore contezza in quella costruzione mediatica della “rassicurazione” di cui abbiamo parlato nell’introduzione.
L’informazione e la comunicazione nel web viaggiano in realtà all’interno di canali invisibili costruiti dal sistema delle relazioni orizzontali reti di fiducia):canali di significato in cui l’accettazione del senso di appartenenza è preliminare alla lettura del contenuto del messaggio.
La teoria sui flussi di comunicazione e di informazione nel web però indica chiaramente che le reti di fiducia non sono insiemi stabili anche se ordinati secondo il principio della comunità e quindi con un capo e tutta una serie di soggetti legati alla comunità e al capo da relazioni più o meno forti. Questo vuol dire che nella rete c’è un continuo flusso “migratorio” da una comunità all’altra dentro un gioco di “egemonia” e “scambio”.
La componente fondamentale di questa dinamica è l’informazione. Chi in rete è in grado di produrre e scambiare informazione dentro una dimensione orizzontale è in grado di diventare una “presenza” titolata ad avere un maggiore successo. E’ in questo il grande legame sintetico con la lezione del giornalismo, anche se riveduta, corretta e adattata ai nuovi linguaggi. Il mercato in cui ci si scambia informazione è il mercato del “senso”, che può essere definito come il “perimetro” vero entro cui si muovono gli utenti del web.
Nel web poi si va facendo sempre più spazio ciò che ha caratterizzato anche l’informazione e la comunicazione cartacea, ovvero che il valore aggiunto da scambiare non passa solo attraverso la fornitura di informazione ma anche attraverso la fornitura di servizi. E il servizio primario, quello che tutti riconoscono è la sintesi e la velocità di accesso a un contenuto.
Starà ancora una volta a chi scrive alleggerire il lettore. Con il rigore del ragionamento, la piacevolezza dello stile, la credibilità del mondo narrativo che riesce a costruire in un ambiente a più dimensioni: con testi ben progettati, organizzati, modulari, a volte un po’ più semplici nella sintassi ma più precisi e ricchi nel lessico, intellegibili a partire dalla loro stessa forma, nel senso della fisionomia che assumono ai nostri occhi a prescindere dal significato. 
L’attività virale
Gli scopi di ogni azione che noi esercitiamo nel web possono essere vari. Al grado più alto troviamo la “call to action”, che è il fattore-guida della pubblicità, a quello più basso lo “scorrimento”, preceduto dal “mi piace”. Nei gradi intermedi abbiamo la condivisione e, subito dopo, il commento. Questo schema-guida è anche quello che disciplina le varie modalità di attività virale, che contempla diverse strategie a seconda del risultato che si vuole ottenere. Ogni strategia ha comunque bisogno sia di una conoscenza delle tecniche specifiche di ogni social network (principalmente Facebook e Twitter) sia dell’individuazione di un “vettore” di contenuto. Il vettore può essere di varia natura: o metodologico (unità di forma e contenuto, valutazione sul contesto e quindi sull’attualità, trend, etc) oppure tipico del testo (grafica, titolo, video, etc). In tutti e due gli elementi la cultura giornalistica, con il bagaglio di conoscenze sopra delineato, è fondamentale per produrre una scelta adeguata.
La capacità di far navigare un determinato contenuto nel web è principalmente legata alsaper cogliere il momento giusto, ovvero il trend, per dare slancio ai propri contenuti. Porsi il problema del trend, significa non seguire il trend ma tentare di piegarlo alle proprio necessità o, meglio ancora, tentare di sfruttare le proprie reti di fiducia dopo una adeguata costruzione delle stesse. Ma su cosa si costruisce una rete di fiducia? E’ questa la domanda fondamentale da farsi.
Anche perché le reti amicali,nella versione codificata da Facebook, se da una parte offrono molte opportunità, dall’altra sono tendenzialmente conservative, ovvero tendono a riportare i percorsi di propagazione dei contenuti verso il punto di origine, o comunque dentro un determinato perimetro. Occorre quindi individuare una strategia che sia in grado di dislocarsi dai “percorsi obbligati” e metta al centro la “navigazione a 360 gradi”.
Tra “scopo di un’azione web”, “trend” e “rete amicale” c’è, al centro, il nodo del soggetto che eroga informazione e comunicazione. Parliamo ovviamente di un soggetto “multistrato” e a più facce. Questo vuol dire che in ogni momento l’autore deve sapere esattamente quali panni vestire, quale codice utilizzare, quale stile adottare, quale funzione esercitare (ufficio stampa on line, scrittore, soggetto ufficiale). Il corso insegna a prendere la decisione più opportuna tenendo conto di tutto questo insieme di fattori.
La necessità di affiancare alla produzione dei contenuti una specifica attività virale nasce dalla nuova fase vissuta nel web dopo l’introduzione dei social network a livello di massa. Si pensi per esempio che il solo Facebook ha qualcosa come più di un miliardo di utenti. L’epoca dei siti è orami alle spalle. E conseguente anche quella dei blog denuncia tutti i suoi limiti, se continua a rimanere un fattore non dinamico.
La struttura basata sul sito statico ha fatto ormai il suo tempo. In Rete ci sei per quello che fai e non per quello che sei. E’ per questo, per esempio, che non si può pensare di svolgere tutto attraverso un sito ufficiale. Innanzitutto, perché un sito ufficiale è fortissimamente statico (e non potrebbe essere altrimenti); secondo, perché l’identità, pur dovendo rispondere al principio della coerenza, va studiata in relazione al ruolo che si vuole interpretare e agli obiettivi che si vogliono ottenere di volta in volta a secondo del contesto in cui si sta operando. Una plasticità che può essere affrontata soltanto adottando una filosofia orizzontale nella gestione dell’informazione e della comunicazione.

Fabio Sebastiani è stato redattore del quotidiano Liberazione. Attualmente cura il sito di informazione Controlacrisi.

L'articolo è riproducibile citando la fonte ed indicando il link.

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