La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

martedì 18 ottobre 2016

Un “noi” che non c’è più

di Celeste Ingrao, per lo speciale di facciamosinistra! 
NOI. Noi che eravamo al Circo Massimo ai tempi di Cofferati. Noi che le abbiamo provate tutte: i girotondi, il popolo viola... Noi che abbiamo votato per l’Ulivo, e un po’ ci piaceva un poco no, ma insomma era pur sempre il nostro governo. Noi che eravamo in piazza perché “se non ora quando?”. Noi che quando Alemanno si è preso Roma ci veniva da piangere e magari abbiamo pianto davvero. Noi che ci siamo fatte non so quante primarie. Noi che abbiamo festeggiato per Pisapia e per il referendum sull’acqua. Noi che stavamo con “Italia Bene Comune” perché in fondo Bersani... 
Noi che quella sera del febbraio 2013 ci siamo accorti che non avevamo capito niente.
Noi che non siamo più un noi. 
Noi che eravamo comunque sicuri, nelle occasioni importanti, di trovarci comunque sempre dalla stessa parte. E che ora ci interroghiamo incerti su amici e compagni. 
Noi che eravamo il “popolo del centrosinistra”. 
Il popolo del centrosinistra che non esiste più (ne ha scritto molto bene alcuni giorni fa Giovanni Paglia). Morto, finito, cancellato.
Il referendum, con la sua scelta secca, mostra con insolita chiarezza questa rottura. Finisce per importare poco, allora, persino il merito della questione. Restano solo quel SI e quel NO. Io sono qui, tu sei di là. 
Se non si capisce la profondità e la radicalità di questa rottura - e anche il dolore e il lutto e la rabbia che l’accompagnano - non si capiscono i toni aspri e a volte violenti della campagna elettorale. Non si capisce perché cadano nel vuoto i tanti appelli alla moderazione: abbassate i toni per favore, niente insulti, basta darsi del traditore, basta allarmismi. In fondo, è solo un referendum.
Non siamo arrivati a questa divaricazione per il capriccio di un gruppetto di estremisti, né per l’antipatia che Renzi suscita, né per l’ostinazione nostalgica di un manipolo di dirigenti in odor di rottamazione. E’ una rottura che è maturata nel tempo, sulla politica e sulle cose. Quando Renzi ha cancellato l’articolo 18, quando è passata sulla testa di insegnanti e studenti la “buona scuola”, quando Marchionne è diventato un punto di riferimento .. Quando una parola fumosa come meritocrazia ha sostituito uguaglianza. 
Allora, d’accordo, non è giusto dare a Benigni del “traditore”, ma c’è per certo un pezzo di sinistra che si è sentito “tradito”, abbandonato, non più rappresentato. E che non ci sta a un “cambiamento” che finora ha voluto soprattutto dire arretramento.
Sarà possibile, in un futuro più o meno prossimo, ricomporre questa rottura? Dal punto di vista umano e delle relazioni, probabilmente sì, anche se ci vorrà molto tempo per riconquistare il rispetto reciproco e riconoscere come “diverso” chi eravamo abituati a considerare compagno e fratello. 
Ma dal punto di vista politico l’ipotesi di ricostruire un nuovo “campo allargato” dei progressisti non mi sembra avere basi concrete. Dietro alla retorica del cambiamento di chi “da sinistra” oggi sostiene, più o meno convintamente, il SI, si cela infatti una posizione sostanzialmente conservatrice: la convinzione che nulla di sostanziale possa essere mutato nella società e nei rapporti di forza che la regolano. La convinzione che la partita sia ormai chiusa e che sia solo possibile sperare in piccoli aggiustamenti e puntare a difendersi dal “peggio”: fermare la destra xenofoba, bloccare il populismo grillino. 
Con chi ha maturato questa rassegnata convinzione avremo probabilmente ancora tante battaglie da fare insieme. Per i diritti, per la tolleranza, per l’accoglienza. Ma non è lì il futuro della sinistra. Il futuro della sinistra, se un futuro sapremo costruire, è oltre. Oltre quel “campo” , che già, quando ancora “noi” credevamo di essere forti e vincenti, si era inaridito. Oltre un “noi” ormai esaurito, per imparare a parlare ai tanti - troppi - che non credono più che la politica possa dare risposte. Ai tanti e alle tante a cui nulla importa del nostro saperci guardare solo dentro, delle nostre diatribe autoreferenziali e delle nostre nostalgie.
Se il popolo del centrosinistra non esiste più, c’è un popolo della sinistra da costruire. Dobbiamo almeno provarci. Guardando avanti non indietro.

Celeste Ingrao è la figlia primogenita di Pietro. Fa parte del Comitato promotore nazionale di Sinistra Italiana 

L'articolo è riproducibile citando la fonte ed indicando il link.

12 commenti:

  1. Analisi politico-sociale più che giusta , drammaticamente giusta ! Noi che siamo stati sempre dalla parte dei più deboli , di coloro che sono stati dimenticati dallo Stato , di quelli che hanno sempre mantenuto le Istituzioni in un modo latente , che siamo stati dalla parte della sofferenza del lavoro , che abbiamo sempre guadagnato quattro soldi e che siamo stati sempre onesti , COSA DOBBIAMO FARE PER AVERE UN GOVERNO CHE CI RAPPRESENTI ???? SPERARE , SPERARE , SPERARE IN TEMPI MIGLIORI !! Gas.

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    1. SI oggi ha votato contro l'installazione di videocamere di sorveglianza negli asili e nelle case di ricovero (il cui scopo è quello di pervenire il maltrattamento di bimbi piccoli/anziani). È proprio sicuro che SI è sempre dalla parte dei più deboli ?

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  2. Voi quella sera del febbraio 2013 vi siete accorti che non avevate capito niente! Sempre rassicurati e a rimorchio di gruppi dirigenti inadeguati in ogni sfumatura, ma spaventati dai pochi che mettevano in fibrillazione le vostre residue certezze.Li avete isolati in ogni discussione tanto non volevate spendere nulla di vite percentualmente già in larga misura appagate; e ancora continuate a rimpinguare di retorica la vostra cattiva coscienza. Ora il destino della sx in Italia è nelle mani di 20 persone al max. se se la sentiranno di costruire un progetto caricandosi sulle spalle anche il dilagare del perbenismo omologato e omologante. ....si non è un commento politicamente corretto ma tant'è.Il Noi l'avete ucciso col conformismo.

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  3. Ma lei, figlia primogenita di Pietro ingrao, che parla di ricostruire il popolo della sinistra e fa parte del comitato promotore di Sinistra Italiana che sappiamo appoggiare il Partito Democratico in moltissime realtà, non si sente per lo meno fuori luogo?

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    1. Io come lei ho l'orticaria ad immaginare un partito di sinistra subalterno e non alternativo al PD. Purtuttavia non si può non cosiderare che la differenza di leggi elettorali ne condiziona le scelte. Spesso a livello locale, le dinamiche dei singoli partiti sono distinte dall'azione svolta a livello nazionale (evidente è il distacco della base del PD dal governo) ed il ricorso al ballottaggio impone scelte di campo che in caso non fossero intraprese lascierebbero l'elettorato spesso svincolato dalle scelte del partito. A chi fa una analisi così lucida su chi siamo o dovremmo essere, non credo sia riferibile la responsabilità di accordi, soprattutto a livello locale, dove appunto emergono dinamiche differenti. Quanto scritto da Celeste Ingrao, per quanto mi riguarda, ahimè, lo ritengo di una verità disarmante.

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  4. Il Noi e' finito col PCi grazie a Occhetto e i suoi luogotenenti.
    Joseph Halevi

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  5. Il NOI è finito con l'ammucchiata del governo Monti. Il NOI è finito quando il pd,dimessosi Berlusconi,non ebbe il coraggio di andare alle elezioni che sarebbero state stravinte. Il NOI è finito con l'ammucchiata del governo Monti che ne seguì. La storia la si fa con i fatti non con le preposizioni semplici o articolate della kingua italiana.

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  6. Non so quando sia finito questo NOI, certo si è sfilacciato e quel che resta ora si divide, anche in modo doloroso. E il referendum darà un colpo secco ai legami che ancora restano. Questa per me è la vera responsabilità, davvero una colpa, di chi ha messo in campo questa riforma avvelenata. Mauria Bergonzini

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  7. col cuore e il cervello in conflitto, straziati dalla nostalgia ma aderenti alla realtà,
    tocca dire: chi è causa del suo mal pianga se stesso! E, vogliamo essere onesti? Basta col comodo capro espiatorio! Non sarà mica colpa di Renzi?!

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  8. Il settarismo non vuole morire.
    Morirà definitivamente solo quando non ci sarà più nessuno con la pretesa di ricostruire una sinistra con i no senza alcuna ambizione di misurarsi sul terreno dell'egemonia culturale. Non viene colta la straordinaria crisi democratica, non c'è la percezione che è venuta a mancare la spinta propulsiva della resistenza unitaria e antifascista.
    La sinistra non esiste più, è fuori dalle scena politica, non ha gruppi dirigenti, non ha saputo adeguare la propria proposta a ciò che di straordinariamente sconvolgente sta avvenendo nel mondo, nel mondo capitalista.
    Settarismo codino, massimalismo, retorica e economicismo abbondano mentre manca totalmente un centro, una casa per la sinistra e una sinistra che sappia assumersi le proprie responsabilità, che sappia dire di no alle spinte velleitarie, ai movimenti violenti, alle derive arroganti e populiste.

    Rileggiamo gli articoli del 73 su Rinascita di Enrico Berlinguer sul Compromesso Storico e ricominciamo da lì.
    Tutto il resto continua ad essere demagogia che certamente non eviterà di farci annientare totalmente.
    Liquidare come conservatore chi vota si vuol dire ancora una volta non volere il confronto, non accettare chi la vede in modo diverso pur essendo a sx.
    Nel P.C.I. c'erano Ingrao, Amendola, Pajetta, Cossutta, Gruppi, Longo, Lama, Natta, Macaluso, Pecchioli e tanti altri intellettuali straordinari con posizioni a volte diametralmente opposte e il dibattito era aperto, era vero e c'era la volontà di stare insieme per cambiare.
    Buona fortuna sinistra, con tanta tristezza nel cuore !

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  9. Questo commento è stato eliminato dall'autore.

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  10. Ho vissuto la sinistra con un percorso lungo, faticoso, fatto di emozioni, paure, passioni, logica e follia, memoria e desiderio che non fosse solo il mio ma per tutti e di tutti. Da questo lungo cammino ho raccolto solitudine. Null'altro! Ho vissuto l'illusione della libertà ed oggi sono solo, prigioniero del mio passato. Ho chiuso tutte le finestre delle mie emozioni, in quelle notti in cui pareva che le stelle potessimo toccarle e il cielo potesse essere lo sfondo di una conquistata realtà di eguaglianza nella dignità quotidiana, di diritto nella consapevolezza del dovere, di gioia sentendomi compagno tra i compagni. Sono solo anche io ma sono pronto a riaprire tutte le finestre che ho chiuso perchè rientri la luce.

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