La crisi è quel momento in cui il vecchio muore e il nuovo stenta a nascere. Antonio Gramsci

lunedì 7 novembre 2016

La scuola di Renzi è un caos totale

di Imma Cardato
Dopo le tante (troppe) bocciature nel concorso, la scuola riparte a regime ridotto. Per gli otto milioni di studenti, classi accorpate, mancanza di personale e orari ridotti. Il ministero emana una “riforma” a ogni cambio di governo, producendo provvedimenti spesso in contrasto tra loro, ma in ogni caso sempre accomunati dalla logica del risparmio. Anche quest’anno è iniziata la scuola e, al di là della rappresentazione patinata dei servizi del tg1 delle 20 sui nonni che accompagnano i bambini in prima elementare, chiunque metta effettivamente piede in una scuola – alunni, genitori, docenti e personale non docente – si ritrova in mezzo al caos più completo.
In moltissime scuole orario ridotto, ricambio di insegnanti, via vai di supplenti. Fioccano le denunce delle famiglie di studenti disabili, che in alcuni casi sono addirittura stati costretti a rimanere a casa per la mancanza di insegnanti di sostegno.
Per molti non addetti ai lavori è spesso difficile capire le ragioni di questo caos ricorrente, e spesso lo è anche per chi nella scuola ci lavora, perché si tratta di un ingarbugliato sistema di punteggi e graduatorie e di una burocrazia bizantina, gestiti da un ministero che emana una “riforma” a ogni cambio di governo, producendo provvedimenti spesso in contrasto tra loro, ma in ogni caso sempre accomunati dalla logica del risparmio. Pochi soldi e pochissima lungimiranza.
Questo settembre però il caos stupisce ancor di più perché arriva dopo una massiccia tornata di assunzioni, le immissioni in ruolo dei precari storici a seguito della sentenza europea che ha condannato l’Italia per l’abuso dei contratti a tempo determinato. E soprattutto arriva dopo un concorso che avrebbe dovuto immettere in ruolo più di 60mila docenti. Un concorso che lo scorso febbraio il premier Renzi e la ministra Giannini avevano presentato come il toccasana contro la “supplentite” e come una nuova procedura selettiva all’avanguardia e all’insegna della qualità. Eppure oggi ci ritroviamo ancora con circa 100mila supplenti previsti per l’anno scolastico 2016/2017.
Per capire come ciò sia stato possibile, è forse bene ripercorrere le tappe di questo concorso, che da molti è stato rinominato a ragione “concorso truffa” e che è solo uno dei tanti emblemi di quale idea della scuola pubblica caratterizzi la sciagurata legge 107, alias Buona Scuola.
Il bando è uscito con il consueto, nostrano, ritardo, cioè a fine febbraio, con prove scritte da svolgersi durante il mese di maggio. È partita dunque una maratona nelle varie regioni, alle quali era affidata tutta la gestione delle procedure, per far partire una macchina organizzativa complicatissima, sia per l’allestimento di una prova computerizzata (conosciamo tutti lo stato delle aule informatiche nelle nostre scuole), sia per il reperimento delle commissioni. Sì, perché il Miur, dopo aver delegato alle scuole gli oneri della logistica, ha preteso anche che i commissari si prestassero ad un lavoro sovrumano (per alcune classi di concorso i candidati erano nell’ordine del migliaio) senza essere esonerati dall’orario normale in classe e per una paga a cottimo di 50 centesimi a compito corretto. Ovvio che nessuna persona sana di mente si prenderebbe una tale responsabilità con una procedura organizzata così in fretta e male, e per di più per pochi spiccioli. Così gli Uffici Scolastici Regionali sono stati costretti a raschiare il fondo del barile, a contattare personalmente i potenziali commissari, addirittura a offrire l’incarico a chi aveva a malapena i requisiti per ottenerlo, magari facendo valere antichi favori o promettendo misere ricompense accessorie in termini di prestigio e piccoli vantaggi lavorativi per chi accettava.
In questo clima già poco promettente, sono cominciate a maggio le prove scritte per i 180mila candidati. Facendo la proporzione tra numero dei candidati e numero dei posti a bando (60mila) si nota già un’anomalia profonda di questa procedura, e cioè l’altissimo numero di posti rispetto ai candidati; in alcune regioni e per determinate classi di concorso, i candidati erano addirittura meno dei posti disponibili. Questo perché il bando prevedeva la partecipazione per i soli abilitati all’insegnamento, cioè coloro che già hanno seguito corsi appositi per l’abilitazione (TFA e PAS), con centinaia di ore di lezioni e tirocini specifici e numerosi esami per ottenere il titolo. Corsi pagati migliaia di euro alle Università, per accedere ai quali, nel caso del TFA, i partecipanti hanno già superato una procedura selettiva nazionale. Dal bando sono stati invece esclusi i neolaureati e tutti coloro che, pur senza abilitazione, insegnano da anni nelle scuole italiane. Perché mettere in moto una procedura concorsuale nazionale, riservandola solo a chi ha già dimostrato di essere preparato nella propria disciplina e idoneo all’insegnamento ottenendo l’abilitazione? E perché non concedere la possibilità di lavorare nella scuola a chi si è appena laureato o a chi nella scuola lavora da precario ormai da anni?
Mettendo un attimo da parte queste domande, torniamo alle prove scritte. Gli aspiranti docenti si sono trovati di fronte a delle richieste impossibili, a partire dai quesiti in lingua straniera, volti ad attestare un livello B2, mai richiesto prima né all’università, né nei percorsi abilitanti (perché un buon insegnante di matematica o una brava maestra di italiano dovrebbero avere tra le loro doti principali quella di saper cogliere le sottigliezze lessicali di un testo giuridico in francese o in inglese?). I quesiti relativi alle singole discipline, poi, richiedevano di svolgere in 15 minuti dei lavori di progettazione didattica a cui qualsiasi insegnante dedica normalmente ore del proprio quotidiano lavoro.
Si è subito parlato di prove fatte apposta per bocciare e infatti a luglio sono cominciati ad uscire i risultati degli scritti, e il risultato è stato un’ecatombe, con percentuali di bocciature che hanno raggiunto talvolta il 90% o addirittura il 100%. Non è ancora possibile fare una stima nazionale, perché in molte regioni le procedure non si sono (ovviamente) ancora concluse, in alcuni casi per l’alto numero dei partecipanti, in altri per il susseguirsi di irregolarità eclatanti, come la convocazione agli orali di persone che mai avevano partecipato allo scritto, la perdita dei codici che consentivano di identificare gli autori dei compiti, lo scambio di codici, la scoperta di manifeste incompatibilità dei commissari ecc.
Si può però già dire che, ad eccezione di qualche regione illuminata, la tendenza generale è stata quella di bocciare il più possibile. Un caso esemplare è il dato (questo nazionale) del concorso per il sostegno: i posti messi a bando erano 5700, in numero quindi già irrisorio rispetto al fabbisogno, se si considera che dei 120mila insegnanti di sostegno in Italia, più di 40mila sono precari. Nonostante questo, a fronte delle numerose bocciature, un migliaio dei posti messi a bando sono rimasti senza vincitori e saranno coperti nuovamente da precari.
Un altro caso emblematico è proprio quello della Toscana, patria di Renzi e Giannini, forse non a caso la regione con il numero più alto di bocciature. Per la classe delle materie letterarie, ad esempio, a fronte di più di 700 posti disponibili e soli 590 aspiranti, i vincitori sono stati 142: significa che più di 500 posti rimarranno vuoti. O meglio, saranno occupati dagli stessi precari che sono stati bocciati al concorso.
A questo palese fallimento, non solo e non tanto dei singoli docenti costretti a questa umiliazione, ma di un’intera procedura concorsuale che doveva “abolire la supplentite”, la Giannini, vergognosamente spalleggiata dai media mainstream, ha risposto attribuendo la responsabilità all’impreparazione dei candidati. “Meglio un somaro a spasso che un somaro in cattedra”, commenta la Repubblica, andando a rinfocolare quel processo di screditamento della scuola pubblica e della figura dell’insegnante che da anni i governi che si sono succeduti stanno portando avanti.
Ma anche un somaro capirebbe che la realtà è molto più banale e cruda. Basta chiedersi a chi giova mantenere precaria una generazione di insegnanti ultraformati e ultratitolati: di certo non giova ai ragazzi e ai docenti, precari e non. Giova, forse, solo a uno stato che vuole una scuola a costo zero, fatta per una larghissima parte da lavoratori stagionali, che prendi e scarichi quando vuoi, a seconda delle esigenze, a cui non paghi la malattia e che l’estate paghi con una miseria di disoccupazione. Questa è la Buona Scuola, quella dove i lavoratori sono ricattabili e si risparmia fregandosene dei diritti delle persone. Come in ogni Buona Azienda.

Articolo pubblicato sul numero 119 (ottobre 2016) dell'edizione cartacea di Senza Soste
Fonte: senzasoste.it

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